Sotto l’ala di Lilith
Per secoli il racconto è stato dimora per gli ebrei d’Europa. Una casa dalle molte stanze in cui allacciare e riallacciare i legami tra presente e passato e viceversa, un percorso difficile ed entusiasmante di discese e salite sulla scala delle parole. È in qualche modo l’avventura intellettuale del midrash, il racconto ebraico che spiega ed esige dal testo, lo mette alle strette fino a costringerlo ad aprirsi, gode del suo profumo senza esaurirlo, come di quello di un fiore. Se il testo biblico è sempre scarno, spesso scabroso, il midrash così ricco di immagini, descrizioni, paesaggi, odori, gusti mostra di quello il volto sorridente. Con il piccolo libro Sotto l’ala di Lilith (BuendiaBooks) Roberta Anau ha riscritto, ma sarebbe più corretto dire narrato, racconti la cui storia è da millenni conosciuta. Narrare ancora il già noto per chiedere al testo qualcosa di sempre nuovo è quello che fa di questi racconti midrashim. A cambiare sono le parole innanzitutto, come mostra per esempio la lussureggiante descrizione del diluvio; ma ancora più importante, a cambiare è il punto di vista, che qui è femminile in modo esplicito, quasi ostentato: e non solo perché protagoniste sono tre donne, Havà, Jonà e Rebecca.
Alle storie della creazione raccontata dalla prima donna, Havà, e del diluvio con le parole della moglie di Noach che qui prende il nome di Jonà, colomba, fa contrasto la vicenda di Rebecca che vive nel ghetto di Ferrara. Quello che più conta è però, a opinione di chi scrive, il rapporto di questi moderni midrashim con i testi biblici che vengono a commentare e amplificare. Se la storia che il testo originale racconta è per noi, allora è da raccontare ancora e ancora, sempre di nuovo. Non raccontiamo forse a noi stessi, ogni anno, la nostra uscita dall’Egitto? Non ci incamminiamo nel deserto, non riceviamo il dono della Torah sul Sinai? Non mangiamo per una settimana sotto le capanne, non accendiamo lumi per celebrare Chanukkà, non beviamo a Purim? Significa forse, per i puristi della sola lettera, accantonare e stravolgere il testo originale; è al contrario proprio nella dimensione mutevole e ascendente del racconto, come in una spirale, che questo viene mantenuto al centro, riferimento costante che esige un confronto sempre nuovo.
Giorgio Berruto