Idan Raichel: “Il razzismo è generato dall’ignoranza, con la musica si può vincerlo”
Musica nuova da Israele. La tournée dello straordinario compositore ed esecutore Idan Raichel si è risolta in un successo travolgente. Prima di lasciare l’Italia, il musicista racconta la sua esperienza.
Idan, puoi ritenerti soddisfatto dei tuoi ultimi concerti in Italia?
Nel vostro paese ci siamo sentiti davvero a casa; la gente è di ampie vedute e soprattutto interessata alla cultura israeliana, alla musica e all’Idan Raichel’s Project.
Posso dire di non aver mai visto gli artisti con i quali lavoro così emozionati sul palco. Dopo tanti concerti in giro per il mondo credevo che fossero esausti, ma si sono esibiti come se fosse il loro primo show.
La vostra musica è il risultato di un enorme mix di diverse influenze. E’mai successo che persone israeliane e non israeliane la considerassero “strana”?
Sono molto contento della nostra musica perché questo grande mix consente a tutti, giovani o meno, di sentirsi “vicini” al progetto, perché noi mischiamo nuovo e vecchio, contemporaneo e religioso, ma soprattutto siamo artisti di tante nazionalità che si esibiscono in lingue diverse. In questa mescolanza ciascuno può ritrovare qualcosa delle proprie radici sia nella melodia che nella performance.
Al Project collaborano oltre settanta artisti di età diverse. Come selezioni i musicisti per le esibizioni?
La band funziona a rotazione e ci avvaliamo dell’ausilio di tanti ospiti a seconda dell’occasione e del concerto. Alle registrazioni hanno partecipato circa settanta artisti e al CD hanno collaborato quindici musicisti dal background diverso.
Ovviamente non posso viaggiare con settanta persone, così pendo che un gruppo di otto artisti molto versatili sia la soluzione migliore per il tour. I musicisti sono tutti israeliani ma vengono dalle esperienze più diverse. La partecipazione al Project cambia continuamente e le persone vanno e vengono. Per i concerti in Australia viaggerò con questi artisti: la mia prima cantante è Cabra Casay, che ha origini etiopi ed è nata in un campo profughi del Sudan; il nostro secondo cantante è Wagderass Vese, nato in Etiopia ed immigrato in Israele a quattordici anni. Quando è scappato, Wagderass ha lasciato la famiglia e non ha avuto la possibilità di rivederla fino a quando il Project si è esibito ad Addis Abeba nel gennaio del 2006. Terza cantante è Lital Gabai: igenitori di Lital sono immigrati in Israele dall’Iran poco prima della sua nascita e lei è cresciuta nella comunità persiana. Lital canta in arabo e sul palco intona la canzone “Azini”, che nell’album è stata registrata dalla cantante palestinese Mira Anwar Awad.
Il nostro chitarrista Yaacov Segal è un israeliano di origini turche. Il nostro percussionista, Rony Iwryn, è cresciuto in Uruguay e in Sud America ed è arrivato in Israele a 18 anni. Golan Zuskovitch invece è nato in Israele ed è un importante bassista nella scena rock israeliana.
Alla tromba c’è Gilad Shmueli, che è il mio braccio destro e il mio più stretto collaboratore nelle registrazioni.
Idan, tu sei la mente e il leader del Project. Di cosa ti occupi di preciso?
La banda è a tutti gli effetti un collettivo. Io sono il produttore, ma ognuno porta qualcosa. In genere comincio una canzone e poi lascio che sia la melodia a guidarne lo sviluppo; poi aggiungo ciò che serve al cantante per esibirsi al meglio. Ad esempio, se ha bisogno solo di una chitarra acustica, o piuttosto di qualcosa di più elettronico, lo introduco.
Sul palco io mi posiziono sempre su un lato e lascio che siano gli altri membri della band a “brillare”. Le canzoni sono mie, ma il processo è uno sforzo di gruppo dove ognuno mette qualcosa di sé.
Ho saputo che dopo il servizio militare hai lavorato a lungo aiutando gli adolescenti. Credi che la musica possa o debba essere un servizio?
Sicuramente. La musica unisce, consente di imparare le differenze e la loro bellezza.
Chi è stato il primo a credere in te?
I miei genitori, che mi hanno supportato fin da giovanissimo, anche se sono quasi sicuro che non avrebbero voluto che diventassi un musicista.
Idan: tu sei una popstar. E’difficile sostenere il peso del tuo successo internazionale?
Non mi vedo come una popstar. Sono il leader e il produttore di un gruppo di star che registrano con me e che si esibiscono con me in giro per il mondo.
So che cerchi di evitare di parlare di politica. Ma potresti definirti un sionista?
Nessuna risposta
Avete viaggiato in moltissimi paesi. C’è un posto in particolare dove vorreste esibirvi?
Spero di potermi presto esibire in una piccola via di Tel Aviv dove una volta ho suonato quando ero più giovane per vedere se ero in grado di ottenere uno show di successo in strada. E’stato divertente, e qualche volta mi manca. Musica pura, gratis, uno show di livello non altissimo: ma in fondo a chi importa?
Dopo aver viaggiato in tutta Europa posso anche dire che in Italia ci siamo sentiti accolti e che ogni strada di Roma ci è sembrata un palcoscenico perfetto.
Essere ebreo è mai stato un problema per te? Sei mai stato oggetto di discriminazioni
Il razzismo è generato dall’ignoranza e il nostro compito è far capire ai nostri nemici chi siamo per farli diventare nostri vicini. E non importa se questi vicini sono bianchi o neri, ebrei, musulmani o cristiani…
Nathania Zevi