Un giorno con Lucia, una mostra e un libro per il primo medico donna ebreo in Italia
E’ stata un’apparizione fulminea che ha affascinato molti visitatori. Su iniziativa dell’Ospedale Israelitico di Roma, con il patrocinio del Centro di Cultura Ebraica e del Museo Ebraico di Roma nella Sala Margana sono stati presentati un libro e mostra fotografica dedicati a Lucia Servadio Bedarida (1900-2006), primo medico donna ebreo d’Italia. La mostra ha ripreso subito il cammino, verso Ancona, Venezia, Parigi e molte altre località italiane ed europee che hanno chiesto di ospitarla. E forse tornerà in futuro nella Capitale per essere conosciuta da un pubblico ancora più vasto.
Una mostra ed un libro fotografico (“Un giorno con Lucia”, a cura di Olivia Fincato e Renato D’Agostin) raccontano una storia straordinaria, sospesa fra i ricordi e la leggenda, la storia di Lucia Servadio Bedarida, morta all’età di 106 anni, nel 2006, a Cornwall on Hudson, New York, dove si era trasferita, all’età di 80 anni, riponendo per sempre il camice bianco.
“Avevo sempre detto a me stessa che avrei arrestato la mia attività professionale quando i pazienti non si sarebbero più rivolti a me per chiedere le mie cure. Ciò non si è verificato. Ho lavorato fino alla vigilia della mia partenza”, aveva detto Lucia nel raccontare l’avvincente storia della sua vita.
Dopo il liceo classico a Roma, Lucia si Laurea con lode in Chirurgia ed Ostetricia a soli 22 anni. L’anno dopo, nel 1923, a Torino sposa il collega Nino Vittorio Bedarida dal quale avrà tre figlie. Le leggi razziali nel 1939, costringono la famiglia a trasferirsi a Tangeri, luogo nel quale, grazie ad un protettorato internazionale, non c’è bisogno di visti per entrare e per risiedere, vi rimarrà per 40 anni collaborando con l’Onu e con l’Organizzazione mondiale per la salute.
Nel 1980, dopo alcuni incidenti che ne avevano minato lo stato di salute e l’autonomia, si decide a raggiungere le sue figlie negli Stati Uniti, tornando in Italia soltanto per qualche breve vacanza. A 105 anni vola in parapendio ai piedi del Cervino.
“Quando Olivia – dice Renato D’Agostin, giovane e promettente fotografo che ha realizzato, insieme alla giornalista Olivia Fincato, la mostra ed il volume fotografico uscito qualche giorno fa – mi telefonò per dirmi che si sarebbe inoltrata in una storia unica, non ci pensai due volte ad accettare il suo invito a farne parte. E così conobbi Lucia Servadio Bedarida, il più giovane medico donna ebreo in Italia, avvicinando la mia macchina fotografica e i miei bianchi e neri ad una storia che racconta di una moltitudine di vite.
“Non sapevo quello a cui stavo andando incontro, – aggiunge D’Agostin rendendo evidente l’emozione nel ricordo – non potevo immaginare come potesse reagire una donna di 106 anni di fronte alla mia, seppur silenziosa, sempre macchina fotografica. E cominciai dunque a partecipare a quel dialogo tra due personalità che generarono un vortice di racconti e ricordi.
Che cosa la colpì in lei?
Mi colpirono da subito le mani di Lucia, scavate dalla luce che penetrava in ogni singola venatura donandole quel vissuto, quel passato che mi affascinò subito, diventando elemento di forte presenza nella serie fotografica.
Mi colpì la sicurezza con cui Lucia padroneggiava quelle mani che portarono alla luce un gran numero di persone, e la sua forza, a 106 anni di portare dentro l’interlocutore e l’osservatore nei suoi racconti.
La foto delle mani è molto toccante, se dovesse scegliere, quale altra segnalerebbe?
Alcuni scatti sono ripresi dalla finestra dalla quale Lucia guardava al mondo esterno, a quella pace data dagli alberi e dall’acqua. Una foto, tra le mie preferite, è la stanza vuota, con le due sedie appena lasciate dalle protagoniste del dialogo, foto nella quale il cassetto non del tutto chiuso mi trascina alla scoperta del ricordo.
Ho cercato di riprendere quegli elementi che potessero rappresentare e raccontare in due dimensioni il mio vissuto di quel giorno, di quelle poche ore che hanno lasciato un segno indelebile nel mio “io”.
La storia di Lucia, l’intervista vera e propria, che troviamo nel volume è curata da Olivia Fincato, giornalista freelance che vive e lavora a New York.
Come è nata l’idea di produrre questo volume?
Inizialmente non pensavo ad un libro così prezioso. Sentivo una spinta verso di lei ma non ero cosciente di cosa poteva accadere dopo l’incontro. Mi affascinava la sua vita, il fatto che avesse vissuto più di un secolo, fosse stata testimone di cambiamenti radicali e avesse sempre affrontato con coraggio quello che le si presentava. L’ho conosciuta nel febbraio 2006 a Cornwall on Hudson nello stato di New York grazie a Giovanna Adler, una zia “acquisita” oltreoceano. Ricordo le parole di Giovanna:« Devi conoscere questa donna, mi ha illuminato la vita». Decisi così di andarla a trovare e quell’incontro ha lasciato un segno indelebile. Quando la conobbi fu lei a intervistarmi: aveva centosei anni ed era completamente lucida. Mi tempestò di domande e aveva un’aria divertita e indagatrice mentre sedeva fiera sulla poltrona ricamata dalla madre. Tuttavia ad un tratto, la storia di quella poltrona prese il sopravvento sul nostro conoscersi. Lucia stava raccontando e il dolore si fece insopportabile: la madre e la nonna di Lucia furono entrambe deportate e uccise ad Auschwitz. Mi chiese all’improvviso di andarmene. Rimasi profondamente colpita e mentre stavo uscendo la sentii dire:« Mi raccomando, torna». Ritornai e nacque “Un giorno con Lucia”.
Perché ha deciso di occuparsi di questa dottoressa:
Ha avuto degli input esterni?
È come se non l’avessi deciso io. La vita mi ha portato da lei ad un mese dalla sua morte. Renato ed io ne abbiamo raccolto la memoria, rendendole onore e donandole voce ancora.
Quale insegnamento si può trarre dall’esperienza di Lucia?
Perseguendo la missione di medico di dare e garantire vita, Lucia ha creato ponti di conoscenza e amore in tutto il mondo. Tramite questo libro io continuo ad attraversarli e per questo la ringrazierò sempre. Questi ponti portano all’essenza della vita, alle cause nobili, alla libertà di pensiero.
Quali tracce ha lasciato Lucia su di lei?
Mi ha fatto capire che nella vita dobbiamo essere pronti, fino alla fine. Tutto può cambiare da un momento all’altro. Lucia stava per essere portata in una casa per anziani in Arizona e, inaspettatamente, siamo arrivati noi, per caso, un giorno. A raccogliere il testimone di un secolo, a farne tesoro e renderle omaggio.
Un giorno con Lucia è già stato presentato a New York con la mostra fotografica, ora a Roma, grazie all’iniziativa dell’Ospedale Israelitico e del Centro di Cultura. Quali sono le prossime tappe?
Il 26 settembre sarà la volta di Ancona (città natale di Lucia), in occasione di un convegno internazionale sulle donne medico del Novecento organizzato dall’Università di Ancona grazie alla Prof.ssa Giovanna Vicarelli e al Prof. Roberto Giulianelli. L’evento si terrà presso la Pinacoteca Francesco Podesti con il supporto della comunità ebraica e della regione Marche.
Stiamo pianificando le presentazioni di Un giorno con Lucia a Parigi in occasione della Giornata della Memoria in collaborazione con la Galleria parigina Photo4 e a Tangeri con la possibilità di farla al prestigioso Palazzo delle Istituzioni Italiane, palazzo dell’ex Sultano Moulay Hafid, durante la Fiera internazionale del libro 2009. Inoltre ci sarà una presentazione a metà gennaio 2009 presso Palazzo Roberti di Bassano del Grappa con il coinvolgimento della comunità ebraica di Venezia.
Un giorno con Lucia è pubblicato dalla casa editrice Zeropuntozerozero fondata nel 2006 da Olivia Fincato e Renato D’Agostin. L’obbiettivo degli autori è quello di dare voce alle persone tramite il mezzo artistico. Nel caso di Lucia Servadio Bedarida, fotografia e parole si completano, intrecciandosi nel viaggio infinito della nostra memoria.
Lucilla Efrati