Anche il Talmud può essere letteratura?
Rav Adin Steinsaltz, uno dei più autorevoli studiosi riconosciuti internazionalmente del Talmud, intervenuto nella seconda giornata del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica, non propone il suo punto di vista, non assume posizioni, ma spinge il suo interlocutore alla riflessione.
La lunga barba bianca e quello sguardo penetrante incutono un senso di rispetto e di soggezione in ogni persona che abbia l’occasione di incontrarlo, eppure quando inizia a parlare ti rendi conto che non c’è nulla in quello che dice che abbia la pretesa di volerti insegnare qualcosa.
Ed è proprio da un punto di domanda che è partito il suo ragionamento, dopo esser stato introdotto al pubblico presente in sala da Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma: la Bibbia, il Talmud, possono essere considerati letteratura?
“Nei secoli, inizia ad argomentare Rav Steinsaltz, ci siamo sempre occupati della letteratura sotto il profilo estetico, ma affinché un’opera sia definita d’arte occorre che chi la osserva si ponga ad una certa distanza, che non ci creda completamente”.
Questo perché se l’osservatore è troppo coinvolto nella descrizione di quello che accade non ha la lucidità giusta per osservarlo attentamente e con distacco.
In un certo senso, la Bibbia, soprattutto i libri dei Giudici sono testi di altissima letteratura, vi sono descrizioni meravigliose espressioni poetiche, vi è dentro un’enorme quantità di bellezza artistica, ma questo, ammonisce Steinsaltz in un certo qual modo entra in conflitto con un’altra posizione: nel libro di Ezechiele vi è un punto in cui il profeta dice: “Voi venite ad ascoltare le mie parole ed io sono bello e piacevole come una canzone d’amore”. Il profeta sa benissimo che sta portando il messaggio di D-o al popolo ed è inquieto perché il popolo lo apprezza sul piano letterario e non su quello del contenuto, che è parola di D-o.
Questa è la spiegazione per cui il libro di Ezechiele contiene espressioni grossolane ed a volte offensive, spiega il Rav Steinsaltz, Ezechiele non vuole essere percepito per la bellezza di quello che dice: vuole essere creduto, vuole utilizzare un linguaggio semplice proprio perché il popolo, colpito dalle sue parole, lo creda.
Questo fa pensare ad un conflitto fra etico ed estetico e ci costringe, secondo l’ottica di Steinsaltz, ad un altro interrogativo: “Gli insegnamenti etici, la profezia possono essere percepiti come letteratura, possono essere considerati esclusivamente sotto il profilo estetico o c’è un’aperta contraddizione?”
Per fare da contrappunto a questo ragionamento, suggerisce Steinsaltz, dobbiamo fare ricorso ad un concetto della classicità. Per i greci, nelle parole kalos kai agatos (bello e buono) erano reperibili le massime qualità del genere umano, ma spesso ci si rende conto che non sempre ciò che è bello è anche buono e viceversa. Chissà a quanti di noi sarà capitato di associare all’idea che abbiamo di un fungo, l’immagine di un frutto rosso con tanti puntini bianchi, quell’immagine è bellissima, ma poi si scopre che quel frutto è velenoso e che invece è buono quello che non avrei mai guardato.
Tutto ciò deve spingerci a pensare che il bello in letteratura è anche velenoso? Si domanda ancora Stensaltz.
Niente affatto.
Nella lingua ebraica, i termini tov e iafè curiosamente sono legati fra loro, ma sono anche intercambiabili. Probabilmente questo avviene anche in altre lingue e questo ci spinge a pensare che ciò che è bello è anche buono.
Forse, conclude Steinsaltz, in questo modo ci si allontana dall’interrogativo iniziale, se i testi sacri possano essere considerati letteratura o meno, in questo senso, un aiuto ci viene dalla biologia: come nella biologia si possono fare esperimenti solo su cellule morte, allo stesso modo per apprezzare un libro solo sotto l’aspetto estetico devo privarlo del suo contenuto, del suo messaggio, in un certo senso devo ucciderlo.
Solo le cose passate e non più in vita possono essere osservate solo sotto il profilo estetico e non quello etico.
Lucilla Efrati