moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Scrittura, trasgressioni e umorismo al vetriolo Etgar Keret al festival di letteratura ebraica

“Ho iniziato a scrivere quando facevo il servizio militare. Fino allora mi ero appassionato alle scienze esatte, alla matematica, la fisica. Volevo diventare un ingegnere. Ma sotto le armi il mio migliore amico si è suicidato. Avevo trascorso ore cercando di convincerlo a vivere: senza risultato. Così una settimana dopo la sua morte ho scritto il mio primo racconto, un primo tentativo di spiegare perché io continuavo a vivere”.
Così Etgar Keret, una delle voci più innovative emerse negli ultimi anni sullo scenario della letteratura israeliana, tra i protagonisti del Festival internazionale di letteratura ebraica in corso a Roma, ripercorre il suo esordio nella scrittura. Maestro del racconto breve, in cui la banalità del male assume spesso punte al vetriolo (memorabile il libro che l’ha fatto conoscere anche in Italia, “Pizzeria kamikaze”), sceneggiatore e regista (un anno fa il suo primo film, “Meduse” girato insieme alla moglie Shira Geffen, ha vinto il premio della critica a Cannes) Keret incarna oggi forse meglio di chiunque altro la figura dell’artista telavivino. Israeliano e globale, legato alla sua terra e all’ebraismo e aperto alle contraddizioni del contemporaneo, intellettuale profondamente coinvolto nella vita del suo paese, umorista feroce e padre affettuoso: un israeliano nuovo, quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo del sabra.
“Dal mio punto di vista – spiega – l’identità ebraica si fonda sul dubbio, sul mettere tutto in discussione. Se pensiamo ai personaggi della cultura cristiana vediamo che le virtù messe in risalto sono l’obbedienza, la pazienza. Da Abramo a Giobbe gli ebrei invece sono intenti a litigare e discutere su qualsiasi cosa, chiamando in ballo perfino Dio”. “Quest’atteggiamento – continua Etgar Keret – si rispecchia anche nel modo di studiare: in due, discutendo spesso in maniera accesa. E’ una costante ricerca di senso che va condotta insieme a qualcun altro, una specie di vocazione, di chiamata al dubbio continua che è strettamente collegata all’identità ebraica”.
La discussione e il confronto sono infatti l’unica via per superare le rigidità delle proprie convinzioni e andare oltre, verso una comprensione più profonda. “Varcare i limiti – dice Etgar Keret – ha una grande importanza morale perché ci rende consapevoli dell’esistenza di quel confine e della possibilità di attraversarlo”. “Viviamo la maggior parte della nostra esistenza nello spazio molto limitato del mondo – continua – scegliendo le nostre risposte come in un test a domanda multipla. Puntiamo su un’opzione ma ne sono disponibili molte altre. Varcare i limiti, trasgredire, significa ampliare la nostra visione del mondo”.
Daniela Gross