“L’ebraico mi mette addosso la voglia di ballare”, Sami Michael al Festival di letteratura
“Non è stato un amore istantaneo, una felicità. Il mio primo incontro con l’ebraico è stato viceversa un vero e proprio trauma. Poi, goccia dopo goccia, quella lingua mi è entrata dentro come un’infusione, una musica che ti mette nelle gambe la voglia di ballare”. Così lo scrittore Sami Michael ha ricordato, nell’incontro con il pubblico al Festival internazionale della letteratura ebraica a Roma, il suo difficile impatto con l’ebraico, di cui oggi è considerato uno dei maestri, avvenuto sessant’anni fa al suo arrivo in Israele. E quasi in ricordo di quei primi passi così duri, che accomunano tutti gli emigranti del mondo, Michael ha voluto parlare in ebraico.
Per la prima volta nella suggestiva sala della Casa dell’architettura che ospita la manifestazione è risuonata dunque, tra l’emozione del pubblico, la melodia dell’ebraico di questo grande autore d’origini iraniane: una lingua dolce, ritmata e immediata, tradotta in simultanea da Shulim Vogelmann, tra i curatori del festival e patron della Giuntina, la casa editrice che in questi ultimi anni sta proponendo l’opera di Michael al pubblico italiano.
“Quando sono arrivato in Israele avevo già 23 anni – ricorda Sami Michael – Provenivo da una delle più antiche comunità ebraiche del mondo e per parlare, scrivere, amare, usavo quell’arabo così ricco degli ebrei iraniani: una lingua speciale che mescolava ebraico antico, aramaico e persiano”. “Ho iniziato a collaborare con un giornale arabo – prosegue – Ma ho capito subito che non potevo essere uno scrittore arabo in Israele. La mia lingua era la lingua del nemico e io non pensavo di poter passare a un’altra lingua”.
Così Sami Michael, che oggi a 82 anni è un autore amatissimo in Israele dove i suoi libri scalano con regolarità le classifiche dei best seller, sceglie un’altra strada e va, come dice lui, a “lavorare con l’acqua”. Diventa un esperto di risorse idriche e per 25 anni si occupa di pozzi, fiumi e torrenti. Intanto studia letteratura araba e mai, dice, si siede a studiare davvero l’ebraico.
Ma il processo è inevitabile. Le parole e i suoni della lingua d’Israele piano piano si fanno strada in lui finché Sami Michael si ritrova a sognare e a parlare con i suoi bambini proprio in ebraico, nella lingua in cui doveva costruire la sua fluviale scrittura. Questa nuova ricchezza di senso portava però con sé un impoverimento doloroso.“Ogni parola che imparavo in ebraico perdevo la possibilità di scriverla in arabo – dice lo scrittore – Ho tradotto dall’arabo l’intera Trilogia di Nagib Mahfuz, senza vocabolario, ma non sono più nemmeno in grado di scrivere una semplice lettera in arabo. Credo di essere uno di quelli che sanno amare solo una donna per volta. Come succede in tanti amori anche il mio aveva bisogno di tempo per crescere”. Con la madre, però, morta a 103 anni Sami fino all’ultimo ha continuato a parlare in arabo, la lingua in cui era stato allattato.
Daniela Gross