Trovare spazi di attualità, il messaggio vincente del Festival della Letteratura Ebraica
Si è concluso con l’intervento di Erri De Luca, scrittore e giornalista di spicco, il Festival Internazionale di Letteratura Ebraica a Roma, vivace kermesse letteraria durata quattro giorni, che ha visto il susseguirsi di incontri con scrittori, giornalisti, critici letterari, protagonisti del panorama culturale ebraico intervenuti per rappresentare il vasto e sfaccettato mondo della letteratura ebraica, da Edgar Keret e Nathan Englander, da Lizzie Doron a Sami Michael, da Adin Steinsaltz a Haim Baharier.
“Abbiamo avuto più di 5000 presenze, dice soddisfatta Raffaella Spizzichino, curatrice della manifestazione insieme ad Ariela Piattelli e Shulim Vogelmann, la maggior soddisfazione sta nel fatto che più dell’80% degli intervenuti non fosse di religione ebraica. Questo significa che la città ha partecipato”.
“Questa mattina, prosegue la Spizzichino, abbiamo ospitato le scuole, la sala era piena è stata una grande emozione”
Abbiamo chiesto un bilancio “a caldo” anche a Shulim Vogelmann.
Shulim, quale significato ha avuto per te l’organizzazione di un evento di questo tipo?
Amo molto le sfide e considero questo Festival un’esperienza costruttiva. Prima di esso non avevo compreso quale soddisfazione si prova nell’organizzare una cosa che sia in grado di aprire delle finestre, di sollecitare la riflessione e di essere un elemento attivo in tutto ciò.
Quale è il bilancio che puoi trarre da questa esperienza?
Direi che il bilancio è molto positivo, abbiamo avuto un successo di pubblico inaspettato e sono veramente contento che l’idea abbia trovato riscontro. A mio avviso c’era la necessità di proporre un evento dove venissero proposte voci nuove della letteratura ebraica e dove l’ebraismo fosse rappresentato. Mi sembra che le persone si siano mostrate contente. Ad ogni incontro c’era una grande aspettativa per quello successivo e questo ci ha riempiti di soddisfazione.
A quale elemento in particolare attribuisci la riuscita del Festival, quale è stato l’elemento vincente?
Viviamo in una società che fa fatica a trovare spazi di attualità, ma essi sono necessari. Noi abbiamo cercato di portare questo e la gente ha colto questo sforzo, perché ritengo che il desiderio di conoscere è un desiderio innato nell’uomo.
Indubbiamente c’è stato un grande sforzo di comunicazione, la pubblicità all’evento è stata studiata attentamente, ma direi che alla base del successo c’è stato il fatto che abbiamo cercato di proporre al pubblico un festival giovane.
Quali progetti hai nel futuro più imminente?
Prima di tutto c’è la Giuntina, la Casa editrice, ed anche quella è una missione. E’ l’unica casa editrice che trasmette cultura ebraica a 360 gradi.
Nella Giuntina faccio di tutto, mi occupo di tradurre testi dall’ebraico, ma curo anche la collana della parte israeliana.
Mi interessa tutto il mondo della cultura ebraica ed ogni volta che ci sarà la possibilità di far nascere qualche cosa in questo ambito lo farò.
Nel tempo libero vorrei dedicarmi a scrivere cosa che negli ultimi anni, per i numerosi impegni in cui mi sono trovato coinvolto, ho un po’ trascurato.
Shulim Vogelmann, ha vissuto in Israele per 6 anni dove, dopo aver fatto la Mechinà, (un programma di studio israeliano) si è laureato in storia all’Università Ebraica di Gerusalemme. Ha in seguito ottenuto la cittadinanza israeliana e prestato il servizio militare in un reparto di protezione civile. Nel 2004 ha pubblicato il suo primo libro “Mentre la città bruciava” completamente dedicato alla sua lunga esperienza in Israele.
Lucilla Efrati