teshuvà/leggi razziste
Il pentimento, che caratterizza i giorni tra Rosh ha Shanà e Kippur che stiamo vivendo, è reso in ebraico con la parola teshuvà, che significa tanto ritorno quanto risposta.
Che il ritorno sia connesso con il pentimento sembra, entro certi limiti, intuitivo: ritornare sui propri errori, ritornare a Dio. Ma come si fa a rispondere se non ci è chiara la domanda?
Benedetto Carucci Viterbi, rabbino
La parola “negro” è tornata in queste settimane a circolare con estrema facilità, perfino con leggerezza.
Se si vuol capire il linguaggio profondo che oggi consente di dire parole, di esprimere concetti, di affermarli in pubblico ritenendoli legittimi c’è solo da osservare e da riflettere sul linguaggio collettivo che corre dalle tribune degli stadi alla quotidianità infrasettimanale.
Non è vero che la domenica, come il tempo di festa, è un tempo diverso da quello quotidiano, un tempo per cui valgono regole e comportamenti e valori diversi da quelli in vigore nei giorni feriali. Da tempo il linguaggio della domenica informa il linguaggio degli altri giorni, dice e indica un malessere sociale e ora soprattutto culturale, che il nostro Paese attraversa e vive da tempo.
Una condizione che ha una storia lunga nel nostro Paese che non nasce nel 1938, con le leggi razziali: la precede e per certi aspetti la prosegue.
Come ricostruisce per esempio Francesco Cassata in un libro uscito in questi giorni (La “Difesa della razza”, Einaudi) quel linguaggio nasce all’inizio del Novecento, si rafforza tra anni ’20 e anni ’30, trova un suo luogo di definizione nell’Italia delle leggi razziali, ma non finisce con l’abolizione delle leggi razziali.
Rimane sottotraccia nel secondo dopoguerra e riemerge quando il Paese deve affrontare la fine dell’omogeneità cristiana e l’inizio di una convivenza multiculturale nei confronti della quale non ha gli strumenti adeguati in una congiuntura di crisi politica che sollecita un nuovo sentimento nazionalistico ed esclusivistico.
Tutto questo, ironia della storia, mentre è a pieno regime la macchina celebrativa sui 70 anni della legislazione razziale del 1938 volta ad affermare solennemente “mai più”, impegno tanto formale quanto inconsistente che ammicca a un profilo culturale che non c’è.
David Bidussa, storico sociale delle idee