Auschwitz/parole
Sono state numerose le emozioni e le riflessioni scaturite in occasione della visita nei campi di Auschwitz e Birkenau con la delegazione di 400 studenti di molte scuole superiori di Roma guidata dal Sindaco Alemanno. I ragazzi, come gli adulti, sono stati ore ad ascoltare con grande intensità emotiva le testimonianze dei quattro sopravvissuti che ci accompagnavano. La sollecitazione più forte che ho avvertito è stata quando le sorelle Bucci, che al tempo della deportazione erano bambine di 4 e 6 anni, hanno iniziato a raccontare alcune storie di quei terribili giorni proprio davanti alla baracca dei bambini dove erano state internate. Improvvisamente un gruppo di studenti israeliani si è voluto unire a noi, incuriosito della poco conosciuta realtà ebraica italiana. Hanno circondato le due signore regalando loro due bandiere dello Stato di Israele e, innalzando le altre che avevano in mano, hanno intonato l’Hatikwa. Mi sono interrogato molto su questo gesto che, seppur irrazionale, segna una diffusa coniugazione associativa tra la Shoà e la nascita dello Stato di Israele. E’ un tema di dibattito aperto e molto acceso e che per certi aspetti potrebbe costituire una sorta di diminutio del grande ideale sionista precedente alla Shoà stessa. Confesso, tuttavia, che io stesso, nello sforzo di superare l’angoscia di una giornata difficile, ieri sera ho dato maggior rilievo all’affermazione rabbinico sionista che lo Stato di Israele costituisce l’inizio del germoglio della nostra redenzione. Basti pensare soltanto a come lo Stato di Israele è riuscito a far rivivere quella Torà di cui una immensa parte è stata distrutta con la Shoà.
Roberto Della Rocca, rabbino
Fra le tante cose che il mestiere di traduzione insegna, c’è il rispetto per le parole. Guai a travisarle, ad abusarne, a strapazzarle. Ogni parola ha un suo peso specifico. Il mestiere di traduzione ti insegna, insomma, che parlare a vanvera è proprio un peccato. Questa piccola lezione mi è tornata in mente in questi ultimi giorni, fra parole e silenzi. Fra santificazioni ed elezioni oltreoceano, quante parole sarebbe stato meglio lasciare al loro posto. Cioè, non dire.
Elena Loewenthal, scrittrice