“La Memoria serve per guardare al domani”

Intervenendo a Montecitorio alla cerimonia di commemorazione e di denuncia dell’infamia delle leggi razziali del 1938, il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Renzo Gattegna ha dichiarato:
“E’ per me un grande onore prendere la parola, in rappresentanza degli ebrei italiani, in questa cerimonia che la Camera dei Deputati ha promosso per ricordare il settantesimo anniversario delle leggi antiebraiche e razziste del 1938.
Quelle leggi furono lo strumento giuridico che permise la completa emarginazione degli ebrei dalla vita civile italiana e rese formalmente legittimo un antisemitismo estraneo alla cultura e ai sentimenti di gran parte del Paese. Per gli ebrei italiani, piccola minoranza che si era identificata con la causa risorgimentale e nazionale, quelle leggi furono il tradimento dello Stato alla cui nascita avevano contribuito e per il quale molti avevano combattuto. Quelle leggi furono all’origine di discriminazioni e umiliazioni che trasformarono gli ebrei italiani da cittadini in perseguitati.
La ringrazio, signor Presidente, per avermi offerto questa opportunità.

Sono sinceramente lieto che tra i presenti, in una giornata dal valore simbolico così forte, siano presenti alcuni ragazzi delle nostre scuole. Si tratta di una presenza che conferisce a questa celebrazione un sapore ed un’importanza particolari.

Il ricordo di quanto avvenuto negli anni bui che precedettero e seguirono l’emanazione delle leggi razziali, infatti, costituisce un tassello fondamentale nella formazione della nostra Repubblica, basata su una Costituzione che sancisce con chiarezza l’importanza di valori quali la libertà, l’eguaglianza, la dignità umana e la solidarietà sociale.

Ma il valore della memoria, tanto più se riferito ad eventi tanto drammatici, subirebbe un pericoloso vulnus se noi lo considerassimo un punto di arrivo, fine a se stesso.
Penso di interpretare lo spirito di tutti i presenti, invece, affermando che noi siamo qui oggi, in quest’aula, per ricordare il passato, guardando al futuro. Perché consideriamo la memoria uno strumento, indispensabile e dalle potenzialità a volte sottostimate, per migliorare la nostra società e per individuare gli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Per questo, quando parliamo di obiettivi, di futuro, non possiamo che guardare ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai giovani che oggi sono qui, che ci guardano e ci ascoltano. A loro dobbiamo cercare di dare gli strumenti per guardare al futuro con speranza, senza il pericolo di incorrere di nuovo negli errori tragici compiuti nel passato, quali quelli che oggi siamo qui a ricordare.

Memoria e futuro, quindi, devono costituire un binomio inscindibile, perché si completano e si sostengono reciprocamente.
E’ scritto nella Torah, al capitolo 30 del Deuteronomio: “ Guarda, io ho posto davanti a te oggi la vita e il bene, la morte e il male ….. tu scegli la vita”.

Sono passati ormai settant’anni da quel 14 dicembre 1938, quando la Camera dei Deputati del Regno d’Italia approvò all’unanimità le leggi di conversione dei decreti che avevano introdotto le norme razziste e antiebraiche. Non si trattò certo di un fulmine a ciel sereno. I segnali di un sistema che si stava deteriorando e che stava perdendo di vista alcuni valori fondamentali erano visibili da tempo.

Tuttavia, la promulgazione delle leggi razziali colse gli ebrei, salvo poche eccezioni, increduli e impreparati; molti pagarono con la vita il ritardo con il quale compresero la gravità del pericolo. Pochi ebbero la lucidità di comprendere che lo Stato italiano stava pianificando ed attuando un processo che, partendo dalla negazione dei diritti fondamentali, sarebbe arrivato alla negazione del diritto a vivere. Molti si rifiutarono di credere che lo stesso Stato nel quale avevano creduto, al cui progresso avevano contribuito, per il quale molti avevano generosamente e valorosamente combattuto nelle battaglie risorgimentali e nella Prima Guerra Mondiale, stava perpetrando un cinico e atroce tradimento. Il tradimento nei confronti di una Comunità e di una minoranza religiosa che, integrata in Italia da oltre venti secoli, smise da un giorno all’altro di essere tale, per trasformarsi, in forza di legge, in una “razza”, distinta biologicamente dal resto del popolo italiano.

Del resto l’approvazione delle leggi razziali avvenne all’unanimità, prima per acclamazione e poi con votazione a scrutinio segreto. Sembra incredibile, ma neanche nel segreto dell’urna i Parlamentari ebbero la forza e la dignità per opporsi a provvedimenti tanto aberranti. Questo era il clima che si respirava nell’Italia del 1938. Questa era la classe dirigente che decideva le sorti del nostro paese.

In proposito, però, mi preme ricordare come il rapporto di fratellanza tra gli ebrei e il resto della popolazione italiana non venne mai interrotto completamente. Vi furono persone che rifiutarono di uniformarsi alle condotte imposte dal regime, anche a rischio della propria incolumità e che per le loro idee e per il loro eroico comportamento sono stati insigniti del titolo di “Giusti fra le Nazioni”. Essi salvarono l’onore dell’Italia.

Nonostante il pesante clima di intimidazione che si stava diffondendo in quegli anni, l’approvazione delle leggi razziali costituì un momento di cesura, un punto di non ritorno che segnò irreversibilmente la storia del nostro paese, causandone anche un profondo impoverimento dovuto all’emarginazione prima e all’allontanamento e all’eliminazione fisica poi, di importanti rappresentanti della vita politica, economica e culturale del Paese.
Ogni interpretazione riduttiva della loro gravità è infondata. La storia ha dimostrato la stretta connessione tra le leggi razziste e la Shoà.

Alessandro Galante Garrone ha scritto: Non dobbiamo mai dimenticare, quando prendiamo in esame le leggi antisemite del ’38 e le liste degli israeliti che furono burocraticamente compilate in attuazione di quelle leggi, che la suprema infamia del grande olocausto degli ebrei è cominciata in Italia proprio con quelle leggi, e con tutto quello che le accompagnò e le seguì. Tra queste leggi del 1938-39 e l’ecatombe di alcuni anni dopo c’è una diretta continuità.

A settanta anni di distanza, quelle leggi ci appaiono lontane, assurde, estranee alla nostra cultura e alla nostra coscienza democratica.
Primo Levi, di fronte alle domande degli studenti ai quali cercava di spiegare cosa fosse e a cosa avesse portato la barbarie nazifascista, diceva che talvolta non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare, perchè comprendere un comportamento umano significa, anche etimologicamente, contenerlo, contenerne l’autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Credo che in questo senso le leggi razziali, oltre ad essere aberranti, siano incomprensibili.
Ma, proseguiva Primo Levi, se comprendere è impossibile, conoscere è necessario per capire quali siano state le cause, perché ciò che è accaduto può ritornare.

Tuttavia, dobbiamo guardare avanti con fiducia. Nel dopoguerra, negli anni della rinascita dopo la dittatura fascista, l’Assemblea Costituente è stata presieduta da un ebreo, Umberto Terracini, che aveva pagato con anni di prigionia la sua opposizione al regime. E oggi alcuni deputati ebrei siedono in questo Parlamento, rappresentando, con tutti i loro colleghi, l’intera nazione italiana.
Si tratta di conquiste fondamentali. E i vincitori di queste battaglie non sono soltanto gli ebrei, ma tutto il popolo italiano.

Oggi il nostro paese sta attraversando un periodo storico nel quale si sono affermati e consolidati la tutela ed il rispetto dei diritti umani fondamentali.
La nostra Costituzione Repubblicana costituisce un robusto telaio sul quale è stato tessuto un sistema di norme che garantiscono la libertà, l’eguaglianza e la dignità di ciascuno di noi.
Ma non dobbiamo abbassare il livello di guardia; dobbiamo continuare a vigilare, perchè il germe dell’odio e del razzismo non può essere mai considerato definitivamente sconfitto.

Le leggi antiebraiche di settanta anni fa appartengono al passato, ma costituiscono ancora oggi un monito contro l’antisemitismo, contro il razzismo, contro il pregiudizio, contro l’indifferenza. Un ricordo e un ammonimento di cui la società, ogni società, ha costantemente bisogno.

Renzo Gattegna – Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane