Il Cdec di Milano presidio insostituibile

Sono giornate intense, queste, per Michele Sarfatti, direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (Cdec), storico e autore di numerose opere sulle vicende degli ebrei durante il Fascismo e sulla Shoà in Italia. Lo studioso (nell’immagine in una delle sale degli archivi della Fondazione) è intervenuto alla Commemorazione del settantesimo anniversario della promulgazione delle Leggi razziste a Montecitorio. Domani, martedì 23 dicembre, sarà protagonista alla Biblioteca Sormani di Milano di un convegno dedicato ai 70 anni dalle leggi del 1938. Dopo la miccia accesa dal Presidente Fini in occasione dell’intervento alla Camera, il telefono sulla sua scrivania dello studioso, ricoperta e circondata da carte e faldoni (più che in un ufficio ci troviamo in un archivio) non smette di squillare.
Sarfatti, che significato ha oggi questo evento storico che col passare del tempo appare sempre più lontano, con la scomparsa dei testimoni diretti?
Innanzitutto vorrei precisare che non ritengo appropriato utilizzare il termine “razziale” quando si discute di queste leggi al di fuori del contesto prettamente storico. È una parola troppo neutrale, che richiama un concetto naturale. Preferisco il termine razziste o antiebraiche.
Le testimonianze su ciò che accadde in quegli anni non mancano in innumerevoli forme, libri, film, documentari… Non siamo noi Ebrei a rischiare di dimenticarlo.
È di tutto il resto della società che dobbiamo preoccuparci. Soprattutto delle giovani generazioni. In Italia si è cominciato a parlare della persecuzione piuttosto tardi, e questo ha ostacolato l’elaborazione di una coscienza collettiva delle atrocità che si perpetrarono che è presente invece in altri paesi.
È dagli anni Ottanta che lavoriamo perché si crei una consapevolezza di tutto questo, e per consapevolezza intendo una combinazione di memoria e conoscenza.
Che cosa ha fatto il Centro di documentazione ebraica contemporanea per raggiungere questo risultato?
Il Cdec svolge tre importanti funzioni: raccoglie tutto il materiale sull’ebraismo in Italia e in particolare sulla Shoà, lo elabora, e lo mette a disposizione della conoscenza di tutti coloro che lo richiedono.
Abbiamo conseguito dei risultati importanti, come la pubblicazione de “Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia 1943-1945” a cura di Liliana Picciotto Fargion (Mursia, Milano 1991 e 2002), in cui sono raccolti i nomi, e soprattutto le storie e le identità di tutti gli ebrei deportati dall’Italia, oppure la creazione del sito www.osservatorioantisemitismo.it strumento di monitoraggio degli accadimenti antisemiti in Italia e in Europa.
Lei ha fatto riferimento alle giovani generazioni. Pensa che si possa spiegare ai ragazzi l’antisemitismo come qualcosa che coinvolge anche loro, al di là della scuola e dei libri?
Penso che questo sia possibile puntando su episodi specifici, vicini a quelle che sono le loro esperienze. Mostrare le circolari scolastiche che discriminavano gli studenti come loro. Raccontare di Arpad Weistz, allenatore ebreo ungherese che portò allo scudetto Inter e Bologna, prima di essere espulso dall’Italia e di morire infine ad Auschwitz. Questa può essere la chiave giusta per catturare la loro attenzione.
Quanto riesce il Cdec a raggiungere il pubblico per trasmettere queste testimonianze?
Siamo senz’altro un punto di riferimento per chi ci conosce e si occupa del settore.
Per quanto riguarda la comunicazione al grande pubblico e agli studenti c’è invece molto da lavorare. Per esempio la mostra sulle leggi antiebraiche che allestiamo nelle scuole è richiesta ogni anno da alcune decine di istituti, troppi rispetto alle nostre capacità, ma in assoluto decisamente troppo pochi.
È necessario un maggiore impegno da parte nostra, ma anche reperire più fondi, specialmente da fonti al di fuori dell’ambiente ebraico. Attualmente, infatti, sono proprio le istituzioni degli ebrei italiani che mettono a disposizione la maggior parte dei contributi.
Torniamo alla cerimonia del 16 dicembre e alle parole dell’on. Fini. Si aspettava un intervento del genere? Cosa pensa delle polemiche scaturite?
Sinceramente no. Pensavo sarebbe stato un discorso di circostanza, invece si è trattato di una rievocazione precisa e storicamente esatta.
È innanzitutto necessario distinguere tra ciò che accadde dal 1938 all’8 settembre 1943 e quello che avvenne dopo. Per salvare la vita degli ebrei in molti casi i conventi si aprirono. Ma davanti alla privazione dei loro diritti e alla persecuzione, che in fondo la Chiesa stessa perpetrava fino a pochi decenni prima (la piena emancipazione degli ebrei di Roma avvenne nel 1870 con la conquista del neonato stato italiano ndr) essa invece non reagì. Gli ebrei si ritrovarono soli. Ed è necessario che tutti ne prendano atto.
Collegandosi a questo discorso, qual è il suo giudizio sulla polemica tra la Santa Sede e il museo dello Yad Vashem in merito alla figura di Pio XII e sulla sua eventuale beatificazione?
Ciò che c’è scritto su quel pannello (in cui si fa riferimento al silenzio del Papa e alla mancanza di linee guida ndr) è esatto. Quello che qui in Italia non capiscono è che il riferimento al Pontefice non riguarda semplicemente il suo operato rispetto a tremila ebrei italiani, ma a tre milioni di ebrei polacchi e agli altri tre milioni provenienti da tutta Europa, che perirono nei lager nazisti. Pio XII non intervenne. Nel 1942 si rifiutò di firmare la dichiarazione degli Alleati che condannava lo sterminio degli ebrei. Tutto questo con i documenti a disposizione oggi è incontrovertibile. Quello che i giornalisti non raccontano è che, sempre allo Yad Vashem, due pannelli più in là, viene narrato come centinaia di Ebrei trovarono scampo presso gli istituti religiosi di Assisi. Non si vuole negare il fatto che tanti ebrei furono salvati grazie a sacerdoti e suore. Ma è necessario fare delle distinzioni. Ritengo che la beatificazione sia una questione interna alla Chiesa, in cui nessun altro possa interferire. Ma allo stesso tempo tutti devono poter esprimere la loro valutazione. E non credo che Pio XII potrà mai essere un “Giusto tra le Nazioni”.
 
Rossella Tercatin