La Memoria, il futuro e le leggi del 1938
Nonostante la frenesia delle feste, Milano si occupa anche di ricordare le barbarie perpetrate in Italia nel 1938 e negli anni che seguirono, e lo fa in un convegno alla Biblioteca Sormani organizzato dalla Presidenza del Consiglio comunale di Milano e dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e presieduto dal suo direttore Michele Sarfatti.
La biblioteca, luogo della memoria organizzata e resa a tutti fruibile, diviene così il punto di partenza per una riflessione ad ampio raggio sulle leggi razziali. Ed è proprio “il binomio inscindibile tra memoria e futuro” che Claudia De Benedetti, vice presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, evidenzia nel suo intervento: “Le leggi razziste furono un tradimento dell’Italia verso quegli stessi cittadini che avevano contribuito alla sua nascita partecipando all’epopea risorgimentale. È necessario ricordare e trasmettere alle nuove generazioni ciò che accadde, per impedire che orrori del genere possano essere ripetuti. Il 14 dicembre 1938 i deputati della Camera approvarono la legislazione razzista all’unanimità, nonostante la votazione a scrutinio
segreto: questo accadimento rimane una ferita aperta e deve essere un monito a restare vigili contro i pericoli del razzismo e dell’antisemitismo, mentre il ricordo di coloro che trovarono il coraggio di opporvisi e di aiutare gli ebrei in un clima del genere, devono farci guardare al futuro con speranza e ottimismo.”
Il presidente della Comunità ebraica di Milano, Leone Sued, sottolinea il dovere di ricordare ciò che avvenne, di conoscere il processo che s’innescò quel giorno con la privazione dei diritti per arrivare negli anni successivi alla persecuzione fisica. Michele Sarfatti entra poi nei dettagli di ciò che furono le leggi antiebraiche. In Italia, spiega, non si revocò mai la cittadinanza agli ebrei al contrario di ciò che avvenne in altri paesi. Si tolse però loro la dignità di cittadini con restrizioni sempre più stringenti e umilianti. Li si privò a poco a poco della loro identità che andava oltre l’essere di “razza ebraica. Non poterono più servire nell’esercito, andare a scuola, lavorare nella pubblica amministrazione, nel teatro e nell’editoria, frequentare circoli sportivi”.
“Secondo una parte degli studiosi, l’antisemitismo fascista fu un atto di emulazione del nazismo, puramente strumentale – continua Sarfatti – A mio parere invece Mussolini colpì gli ebrei, perché gli ebrei voleva colpire, in quanto gruppo considerato potenzialmente pericoloso perché non completamente allineato al regime, nonostante i molti che si dichiaravano fascisti convinti. La legislazione antisemita aveva lo scopo di sradicare dall’Italia ogni traccia ebraica, di eliminarne la presenza fisica fino a cancellare i nomi di ebrei illustri dai libri di storia. E, mentre nelle scuole s’insegnava ai ragazzi ad essere fieri del proprio “arianesimo”, solo l’8% degli ebrei italiani emigrò, convinti che il paese che amavano e per cui avevano combattuto non avrebbe fatto loro nulla di male”.
Domenico Pulitanò, docente di diritto penale all’Università di Milano-Bicocca sottolinea il tema dell’“infamia del diritto”. Sostiene infatti il professore: “Ciò a cui ci troviamo di fronte quando consideriamo le leggi razziali è il problema dell’’ingiusto in forma di legge’, che si pone quando un contenuto aberrante nella veste formale di diritto travolge quelle che sono le fondamenta del diritto stesso, l’uguaglianza e la pari dignità degli uomini”. “Questo dilemma – prosegue – portò il giurista tedesco Gustav Radbruch (1878-1949) a postulare la sua famosa formula per cui, laddove la legge costituisca una violazione intollerabile dei principi di giustizia sostanziale, essa non può essere
considerata autentico diritto. Oggi questi principi sono tutelati dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Ma la loro tenuta giuridica non può essere garantita senza una tenuta morale della società.”
Nei contributi dei relatori si ripete il riferimento alla mancata reazione della popolazione italiana, dei compagni di scuola, dei colleghi, dei vicini di casa, di fronte alla persecuzione ebraica. L’indifferenza, il silenzio della gente, rotti solo da singole e troppo poco numerose eccezioni. Anche tutto questo si vuole e si deve ricordare. E un
ambito in cui questo comportamento connivente deve far riflettere ulteriormente, in quanto espressione delle maggiori intelligenze italiane, è quello universitario, come racconta la professoressa di storia contemporanea dell’Università di Pavia Elisa Signori.
“Tutto ebbe inizio con un censimento – ricorda – si sottopose ai docenti un modulo in cui, oltre a dati anagrafici e accademici, veniva chiesto di indicare anche l’appartenenza religiosa. Nonostante le difficoltà burocratiche, il lavoro fu terminato in soli quattro mesi, subito dopo i docenti ebrei furono allontanati dalle università. Soltanto a Milano, furono espulsi almeno 53 studiosi ebrei.
Furono colpiti nomi di grande prestigio, come l’allora rettore della Bocconi Gustavo Del Vecchio, e poi liberi docenti e ricercatori, in tutte le discipline e tutti iscritti al Partito Nazionale Fascista tranne uno, Guido Ascoli, professore di analisi matematica. Tanti avevano portato lustro all’Italia e al regime fascista grazie ai loro studi e contatti con le università straniere. Non poterono più insegnare, frequentare biblioteche o laboratori, i loro libri furono vietati. Un ostracismo simile, nel mondo universitario, non ha eguali nella storia. Proprio per questo motivo, molti colsero i segnali di pericolo e si recarono all’estero, dove poterono proseguire la loro attività.E se per espellerli erano bastati pochi mesi, dopo la fine della guerra la reintegrazione fu lunga e difficoltosa, perché non si volle far perdere il posto a coloro che erano subentrati nelle loro cattedre approfittando della loro cacciata.
Proprio al tema del dopo, troppo spesso trascurato, ha dedicato il suo intervento Giorgio Sacerdoti, presidente del Cdec e docente di diritto internazionale all’università Bocconi. “Le leggi razziste – spiega – portarono un grande sconquasso nella società e rimediarvi fu molto più lungo e complesso di quello che comunemente si pensa”. “Il
problema – continua – non era soltanto riconoscere nuovamente pari dignità e diritti ai cittadini di religione ebraica, cosa che peraltro fu imposta all’Italia dai trattati di pace. C’erano persone che erano state spogliate o costrette a svendere i propri beni, chi aveva perso il lavoro e anni di contributi, chi il riconoscimento delle pensioni, per non parlare delle terribili sofferenze morali e fisiche che gli ebrei patirono”. “Tutte queste
questioni – dice il professor Sacerdoti – sono state minimizzate e affrontate con estrema lentezza e spesso sono state necessarie aspre battaglie legali negli anni Settanta e Ottanta per ottenere giustizia. Anche negli anni Novanta, quando in tutta Europa si è aperta una nuova fase di risarcimento dei danni agli ebrei, l’Italia si è mossa molto limitatamente, principalmente con l’istituzione della Giornata della Memoria, affidandosi però spesso alla buona volontà degli enti ebraici per l’organizzazione.”
Ci consente di toccare con mano il senso più autentico del ricordare ciò che avvenne in Italia settant’anni fa l’intervento di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, che condivide con i presenti la sua esperienza di bambina di otto anni, cacciata da scuola per il solo fatto d’essere ebrea. Liliana vide la Polizia perquisire la sua casa di
famiglia piccolo borghese, convinta che, a loro, nessuno avrebbe fatto del male. A San Vittore ascoltò suo padre chiederle scusa per averla messa al mondo. Insieme a lui fu deportata ad Auschwitz. “Dalle leggi razziste si arriva alla Shoah, dai binari della Stazione Centrale ad Auschwitz, tutto il resto sono solo tentativi di spiegare l’indicibile”, conclude Liliana Segre. “Una sola domanda mi ha accompagnato in tutto ciò che è successo a me e alla mia famiglia: perché? Una risposta non sono mai riuscita a trovarla. Ma sono sopravvissuta, e diventata mamma e poi nonna. Ho sconfitto con la vita i burocrati della morte che un popolo intero volevano annientare. Questa è stata la mia vittoria contro Hitler”.
A chiusura del convegno, l’intervento del presidente del Consiglio comunale di Milano, Manfredi Palmieri, evidenzia l’attenzione del mondo politico della città per i temi trattati e mette in luce una prospettiva nuova per la memoria condivisa del passato ricordando l’istituzione a Milano del Giardino dei Giusti di tutto il mondo, là dove “c’è un albero per ogni uomo che ha scelto il bene”.
Rossella Tercatin