“Sosteniamo Israele per sostenere la pace”

Intervenendo a conclusione dell’incontro Sosteniamo Israele, sosteniamo la pace, il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha dichiarato: “Il conflitto che sta andando avanti ha causato pesanti sofferenze a entrambi i popoli. Il futuro può e deve essere differente. Entrambi i nostri popoli sono destinati a vivere insieme, vicini, su questo piccolo pezzo di terra”.
Sono parole, queste, tratte da un discorso dell’ex Primo Ministro di Israele, Ariel Sharon.
Il tema del nostro incontro è “Sosteniamo Israele”, Sosteniamo la pace, e quindi, sosteniamo Israele per sostenere la pace.

Gli ebrei italiani sono vicini ad Israele non solo per motivi affettivi, sentimentali e culturali, ma anche per un’analisi ragionata, il più possibile obiettiva e scevra da preconcetti, dai quali vogliamo tenerci lontani, per mantenere la nostra capacità di comunicare, di comprendere, di essere compresi.

Sostenere la pace equivale a sostenere Israele due volte, perché, da una parte, significa contribuire alla sua sicurezza; dall’altra, significa compiere un ulteriore sforzo, accettare un ulteriore impegno –morale ed intellettuale – per aiutare Israele a raggiungere l’obiettivo che si è posto fin dal primo giorno della sua esistenza.

Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion, leggendo la Dichiarazione di indipendenza dello Stato d’Israele, pronunciò la famosa frase:
“La nazione ebraica, libera e indipendente, è ansiosa di collaborare con i suoi vicini arabi liberi e di promuovere la vera indipendenza di tutti i paesi semiti del Medio Oriente”.

Nella sua lungimiranza il grande statista aveva compreso quale fosse lo stretto legame che, da quel momento in poi, avrebbe unito indissolubilmente il futuro dello Stato di Israele con quello dei paesi arabi vicini e confinanti.
Non è casuale il richiamo alla comune origine e l’appello alla collaborazione tra paesi liberi.

Per questo noi, oggi, sentiamo forte il desiderio ed il dovere di riaffermare, non solo la nostra solidarietà con le ragioni della democrazia israeliana continuamente aggredita, ma soprattutto la nostra ferma opposizione a forze che predicano la violenza cieca, il suicidio, il martirio; tutti atti che costituiscono violazione dei principi morali fondamentali e anche profanazione dei precetti basilari delle religioni monoteistiche.

Sentiamo il dovere di opporci, come ebrei e come italiani, a qualsiasi forma di degrado dei valori civili e democratici che abbiamo contribuito a costruire nel corso della nostra bimillenaria presenza in Italia e in Europa.

Sentiamo il dovere di ricordare, sempre, che Israele è uno Stato democratico che, attaccato, reagisce per difendere i cittadini della cui vita è responsabile.

Dobbiamo opporci alla cultura della morte. Quella “cultura” che trova nella guerra i motivi per alimentare se stessa e che, per questa ragione, rifiuta ogni ipotesi di convivenza pacifica.

Alla cultura della guerra è necessario contrapporre la cultura della pace.
Quella cultura che ha permesso ad Israele, quando ha trovato interlocutori che condividevano questo ideale, di concludere stabili e duraturi accordi. Pensiamo alle relazioni con Paesi come l’Egitto e la Giordania.

Ripensando a coloro che hanno lavorato per arrivare ad un accordo tra Israeliani e Palestinesi,
con profondo rammarico ricordiamo le immagini di Arafat che, dopo aver rifiutato di firmare l’accordo di Camp David, con l’allora Primo Ministro Israeliano Ehud Barak, tornò tra la sua gente a mani alzate, festeggiando, pare incredibile, la sua vittoria.

Oggi sembra che la dirigenza ufficiale palestinese sia disponibile a intraprendere un percorso, una road map, che conduca ad un accordo di pace. Purtroppo, però, almeno sul fronte di Gaza, quelle voci sono state soppresse e l’unico linguaggio che si sente è quello delle armi.

Lo testimoniano gli abitanti delle città del sud di Israele, che stanno subendo da anni un vero e proprio bombardamento quotidiano, con migliaia di razzi sparati su abitazioni, strutture civili, scuole, ospedali, luoghi di culto, con l’unico scopo di seminare terrore e morte.
Anche nel periodo della cosiddetta tregua, i razzi sono continuati a cadere, ogni giorno, su Israele.

Del resto sia Hamas che Hetzbollah sono coerenti con i propri scopi. Come tutti sappiamo, infatti, le loro carte fondamentali enunciano il fine della distruzione dell’entità sionista e dell’uccisione di tutti gli ebrei.

Non è un caso che tutte le voci provenienti da Israele, anche quelle che in passato hanno criticato la politica estera del proprio paese, sono tutte schierate, con accenti diversi, a sostegno dell’iniziativa militare oggi in atto.

Ciononostante Israele è ben consapevole di non potersi assicurare un futuro di sicurezza e di prosperità contando solo sulla forza delle armi.

Sull’evoluzione della crisi in corso possono essere formulate previsioni diverse:
l’ipotesi più pessimistica è che Hamas, sostenuto dall’Iran, dalla Siria, da Hetzbollah, sia così forte da poter sfidare Israele sul piano militare. Se questo sia vero lo sapremo presto perché, in tal caso, entro pochi giorni gli alleati dovrebbero muoversi per allargare il conflitto e trascinare Israele in uno scontro decisivo di grandi dimensioni.

Ci auguriamo che questo non accada e che, invece, trovi spazio un’altra ipotesi molto meno drammatica, di cui alcuni segnali non sono sfuggiti agli osservatori più attenti:

– si è manifestata una marcata differenza all’interno del mondo arabo-islamico; si sono sentite solo blande e sporadiche dichiarazioni di solidarietà e, il prolungato silenzio, ha rimarcato l’isolamento politico di Hamas;

– Hamas non ha mai ottenuto l’appoggio dei paesi arabi moderati, per la cui stabilità costituisce una seria minaccia;

– la Siria ha recentemente emesso segnali diversi, forse sufficienti per indurre Hamas a cercare un rilancio attraverso la rottura della tregua e l’inizio di uno scontro militare, nel corso del quale sta facendo uso di missili molto più potenti, che finora aveva tenuto ben nascosti nei propri arsenali;

– dopo aver creato, con la propria politica aggressiva, un grave degrado delle condizioni di vita della popolazione di Gaza, questa stessa viene usata come scudo umano mentre i miliziani rimangono ben protetti nei bunker; viene spontaneo domandarsi quale consenso popolare sperano di poter avere in futuro.

Il conflitto in corso è drammatico e comporta un alto prezzo di vite umane, ma forse potrebbe aprire nuovi spazi di trattativa se i fautori della guerra usciranno sconfitti e delegittimati.

Altre speranze potrebbero venire dal ruolo che stanno svolgendo l’Egitto e la Turchia, entrambi impegnati nella ricerca di nuovi e più stabili equilibri.

Concludo con un invito che rivolgo a tutti voi e a tutti coloro che condividono i nostri valori.

Rimaniamo uniti e lavoriamo insieme per allontanare la prospettiva che Israele sia costretto a vivere in uno stato di mobilitazione e di guerra senza fine.

Lavoriamo insieme affinché, con il popolo palestinese si realizzi la pacifica convivenza e la collaborazione sognata da Ben Gurion.

Questo è un obiettivo vitale per Israele, per l’Europa e per il mondo, perché contribuirebbe alla sconfitta di quell’anacronismo storico che è il fondamentalismo estremista islamico.

Sappiamo che le incognite ed i pericoli sono tanti, ma solo la pace può continuare ad essere il nostro principale obiettivo.