manifestazioni/intervista
Tra gli effetti collaterali e locali della guerra di Gaza c’è la riflessione sul significato delle manifestazioni islamiste nelle grandi piazze italiane, culminate simbolicamente in preghiere collettive. Quale che ne sia l’interpretazione è evidente che si pone il problema di una migrazione con forte identità politico-religiosa con modelli antitetici rispetto alla cultura locale consolidata. Quello che qui sembra un problema dell’ultima settimana è per noi un problema di qualche millennio. Guarda caso proprio questa settimana leggiamo la parashà di Shemot, l’inizio del libro dell’Esodo. Gli ebrei scesi in Egitto erano un gruppo identificato da una religione e una cultura nettamente differenti da quella egiziana; la Torà dice che le abitudini ebraiche erano una to’evà, un abominio per gli egiziani; per questo si tennero ben distinti gli uni dagli altri. Lo scenario biblico è noto: accoglienza iniziale, assoggettamento, persecuzione, quindi a lungo termine distacco traumatico. Quale scenario si prospetta per l’Europa di oggi?
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
L’intervista di Guido Vitale a Walter Arbib, l’imprenditore ebreo che si è fatto promotore dell’iniziativa di inviare medicinali destinati ad alleviare le sofferenze dei bambini, tanto di quelli di Gaza che di quelli israeliani bersaglio dei razzi di Hamas, ci riempie di speranza e di orgoglio. Di orgoglio, perché c’è nelle parole di Arbib e nella volontà di chi, come l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Comunità di Roma, ha contribuito all’iniziativa, una motivazione etica alta, lontana dalla politica e dalle sue strategie: quella di alleviare le sofferenze di chi soffre, soprattutto di chi, come i bambini, è senza difesa alcuna. E perché grida al mondo che per gli ebrei il sangue dei bambini di Gaza vale esattamente quanto quello dei bambini di Sderot: nulla di più, ma anche assolutamente nulla di meno. E credo che di affermarlo ci sia, in questo momento, bisogno. Di speranza, perché, per piccola cosa che sia di fronte a questa tragedia, ci fa credere che esista la possibilità di uscirne.
Anna Foa, storica