Colosseo/Gaza
Nella manifestazione pro Palestina del sabato scorso a Roma, il momento, ormai tradizionale, della preghiera islamica si è svolto a metà di via dei Fori Imperiali, a poca distanza dal Colosseo. Questa volta forse non c’è stata la provocazione anticristiana, anche se il Colosseo è un simbolo per i Cristiani; quasi nessuno protesta per l’uso di quella strada per le parate militari e quindi non dovrebbe farlo neppure per una preghiera. Per gli Ebrei c’è invece qualcosa di significativo e inquietante nella scelta di quel luogo per la preghiera, forse dovuta al caso (?), quasi certamente non a una consapevolezza da parte degli organizzatori. Il luogo usato per la preghiera islamica corrisponde esattamente alla piazza antico-romana dove Vespasiano eresse il Foro e il Tempio della Pace per celebrare la vittoria sulla Giudea e lì furono ospitati ed esibiti i cimeli del Santuario di Gerusalemme distrutto, descritti nell’arco di Tito, tra cui la Menorà d’oro. Gli imperatori Flavii chiamarono “Pace” la nostra rovina. Oggi si manifesta e si prega nello stesso luogo per la “pace”.
Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma
Mentre a Gaza tacciono infine le armi, i toni delle polemiche si fanno sempre più aspri e violenti. Hamas presenta all’opinione pubblica mondiale e ai media il conto dei morti civili, dei bambini ammazzati dalle bombe: bombe che non hanno fatto distinzione fra ostaggi di Hamas e miliziani di Hamas, bambini che sono stati seppelliti circonfusi dall’alone del martirio. Che ad Hamas quei bambini servano, che li abbia usati e continui ad usarli, è indubbio, ma questo basta davvero a farci dimenticare che sono morti? A livello politico, si discute se queste vittime siano state “effetti collaterali” o “vittime innocenti di un attacco sproporzionato e indiscriminato”. E ci si è anche dimenticati, nel bagno di sangue che è seguito, che esso è stato scientemente scatenato da Hamas. Ma era davvero possibile continuare a ricordarsene? Personalmente, perchè sto parlando a titolo rigorosamente personale, penso che la soluzione possa solo essere politica, non militare, e non credo che quello che è successo in queste
settimane possa contribuire a risolvere il problema di Gaza e a fare uscire israeliani e palestinesi dalla trappola in cui si trovano. Speravamo che spaccasse Hamas, che separasse definitivamente Hamas dai palestinesi e dai paesi arabi. Solo il futuro dei negoziati ci dirà se è davvero stato così. Per ora, stiamo parlando solo delle vittime. Ma basta il fatto che sia un parlare a senso unico a farci dimenticare che sono vittime? Nel frattempo, si è assistito a fenomeni nuovi e inquietanti. Una crescita esponenziale dell’antisemitismo, diretto, come in molti casi, direttamente contro gli ebrei e non più solo contro la politica di Israele. Manifestazioni in cui l’ultrasinistra europea e americana (ho visto immagini di una manifestazione a San Francisco molto simile a quelle di Milano e di Roma) ha fatto da fanalino di coda ai gruppi islamici presenti in Occidente, dove le preghiere si sono mescolate all’odio antisemita e alle invocazioni alla distruzione dello Stato di Israele. Certo, di fronte al conteggio dei morti sono fenomeni marginali. Ma politicamente sono segni di un cambiamento inquietante. Eppure, non posso certo essere d’accordo con Paolo Guzzanti quando scrive sul Giornale che l’antisemitismo di oggi è peggiore di quello del 1938. Vada a (ri)leggersi La difesa della razza e le leggi del 1938, se ha dei dubbi. La stessa cosa di Guzzanti dice, in un modo diverso, la grande scrittrice americana Cynthia Ozick, che sostiene in una sua intervista al Corriere che in Europa è come nel 1938 e che l’Europa “ha irrimediabilmente imbrattato di fango” il giorno della Memoria. No, non possiamo pensarla così, vuol dire dar ragione agli estremisti di tutte le parti, a chi vuole solo ascoltare il fragore delle armi. In questo oscuro panorama, un raggio di luce e di ragione filtra dal bell’articolo di Henry Bernard-Lévy, che ci spiega con grande pacatezza perché Gaza non è Sarajevo e che ci racconta anche del riservista israeliano Asaf, che interrompe la sua missione su un Cobra volta a uccidere un miliziano di Hamas quando questi viene raggiunto da un bambino. No, nonostante tutto Gaza non è Sarajevo.
Anna Foa, storica