La Bolivia perde la bussola

Nei giorni scorsi Evo Morales, il presidente della Bolivia, ha rotto le relazioni diplomatiche con Israele e dichiarato che ricorrerà al Tribunale internazionale dell’Aia per intentare una causa di genocidio nei confronti di Olmert e del suo governo.
La mossa è autolesionistica -Israele da anni contribuisce con progetti di sviluppo agricolo e produzione di latticini alla magra economia del Paese-, ma ha una chiara matrice politica. Tende a rafforzare i rapporti di Morales con Chavez, che la settimana scorsa aveva già annunciato la rottura diplomatica tra Venezuela e Israele, e a compiacere le frange più oltranziste dell’estrema sinistra, quelle che fanno capo al suo vice Alvaro Garcia Linera, alla vigilia di un delicato referendum che potrebbe cambiare l’assetto del Paese e portarlo sulla rotta di un comunismo alla cubana -gli osservatori sostengono che venezuelani e cubani sono oggi i consulenti più quotati di Morales-.
Trovandomi a viaggiare proprio in questi giorni in Bolivia, penso che possa risultare interessante per i lettori di Moked una analisi sulla attuale situazione del Paese, anche perché la stampa italiana se ne
occupa poco e frettolosamente. Tra l’altro la Bolivia ha ospitato un importante insediamento ebraico, perché nel ’38 aprì le porte a circa 50mila ebrei perseguitati dal nazismo e dal fascismo, che in
seguito emigrano verso altri paesi sudamericani; ora la comunità è ridotta ai minimi termini, ma ho trovato insegne con nomi biblici non solo a La Paz (dove ancora negli anni ’70 c’era una ottima scuola
ebraica aperta a tutti ), ma anche in pueblos sperduti sulle Ande: agenzia turistica Kaddosh, macelleria Moses, sarto Israel, caffè Adonai… Tutti ora gestiti da campesinos che non sanno spiegare l’origine della denominazione.
Il referendum di domenica 25 gennaio dovrebbe essere una passeggiata per Morales, e in sé non rappresenta un cambiamento epocale. Poiché per convocarlo il Presidente aveva bisogno dell’assenso dei tre/quarti del Parlamento, ha dovuto cedere a tutte le proposte dell’opposizione, che hanno molto mitigato l’impostazione iniziale. Ma per passare il referendum ha bisogno solo del 50% più un voto, e anche le previsioni più negative per il Presidente in carica suggeriscono che supererà di gran lunga la soglia. Questo dovrebbe spianargli la strada alla vittoria nelle elezioni anticipate di dicembre 2009, e a
questo punto il referendum gli darebbe la possibilità di mutare sostanzialmente l’assetto dello Stato -introducendo anche la possibilità di essere eletto più degli attuali due mandati, che aveva tentato di inserire nel referendum senza riuscirvi.
I punti salienti riguardano la proprietà privata (che Morales vorrebbe abolire). Per accontentare l’opposizione si è per ora dovuto limitare a introdurre il concetto di un nuovo tipo di proprietà (oltre a quella statale, privata, collettiva), cioè la proprietà etnica (in Bolivia ci sono tre etnie principali, gli aymara, i quechua e i guarani, e molte altre meno numerose), – che potrebbe aprire la strada a leggi molto restrittive sulla proprietà privata -già ora c’è un quesito nel referendum sul limite da introdurre nel possesso individuale di terra.
Morales propone poi un concetto molto originale di giustizia, che è stato contestato anche da parecchi suoi sostenitori. Si tratta di stabilire tribunali etnici, che giudichino le cause secondo gli usi e
costumi di ciascuna popolazione indigena -ovvio insulto al concetto di una giustizia uguale per tutti. Sempre per accontentare l’opposizione, il presidente ha dovuto introdurre per ora un laborioso e poco chiaro iter giuridico differenziato, per cui saranno giudicabili dai tribunali etnici solo i casi in cui entrambe le parti in causa, aggressore e vittima, appartengano allo stesso gruppo, e si potrà in ogni caso fare appello alla Corte Suprema. Ma anche qui, entra nella Costituzione un concetto nuovo e foriero di sviluppi imprevedibili.
Sempre per pressioni dell’opposizione, che è geograficamente concentrata nella zona Est della Bolivia, quella più produttiva e ricca intorno a Santa Cruz, e che chiede l’indipendenza, Morales concede una maggiore autonomia a quella regione. Ma in realtà questa autonomia è mitigata da un nuovo concetto che la Costituzione introduce, quello dell’autonomia delle etnie, che potrebbe, in un secondo momento, indebolire la solidità’ e l’importanza dell’autonomia regionale.
Intanto nelle città i cortei bloccano ogni giorno il traffico, e la condizione di vita nell’altipiano è sempre primordiale: è stato calcolato (ovviamente non da fonti ufficiali) che il 60% della popolazione non ha bagno, l’analfabetismo è ancora molto alto nonostante i proclami del Governo, i campi vengono coltivati come cento anni fa, non si vede un trattore, ma solo donne piegate in due a seminare o
raccogliere. L’arretratezza non è necessariamente legata alla miseria- i campesinos hanno di che campare e anzi sono vistosamente ben pasciuti quando non obesi- ma ha a che fare con la mancanza di modernizzazione dell’agricoltura e con la cultura locale, ancora impregnata di una visione ancestrale e restia a cambiare le tradizioni quotidiane di vita. Mi racconta un amico boliviano che i campesinos rifiutano i gabinetti, perché ritengono che ciò che è introdotto nel corpo vada restituito alla terra per fecondarla.
I campesinos sono i più ferventi sostenitori di Morales, che ha le sue origini proprio sull’altipiano della Bolivia, e che ha cominciato la carriera come sindacalista dei produttori di foglie di coca. Viaggiando sull’altipiano si vedono solo scritte e cartelli chew inneggiano la presidente, al Mas, il suo partito -fortunato acronimo che significa “di più’- e al Si’ per il referendum. Dopo secoli di sfruttamento, le etnie dell’altipiano, soprattutto gli aymara, hanno in odio la società affluente tradizionalmente vicina
agli spagnoli prima e agli europei poi; “gringo”, che indica non solo gli americani ma tutti i “bianchi” è il termine più comune di spregio -come dar loro torto, nelle miniere d’argento sono morti -secondo le statistiche ufficiali-, 8 milioni di schiavi neri importati dall’Africa , e la popolazione indigena e’ sempre stata mantenuta nell’arretratezza e nella miseria più’ assoluta.
Internet, presente ormai ovunque, e la televisione che ormai dilaga (sui pueblos di fango domina a volte persino la padella satellitare) riusciranno a cambiare la mentalità’ dei campesinos? La nuova
generazione, che nelle città più grandi, come La Paz, Oruro, Potosì (per non parlare di Santa Cruz, città ultramoderna) veste ormai in jeans e sa utilizzare la tecnologia digitale, avrà aspirazioni diverse?
E’ presto per dirlo, intanto la Bolivia sta scivolando verso scenari da classico populismo latino-mericano.
Viviana Kasam