Faraone/ banalizzazione
Nella Parashà settimanale letta ieri, il testo ci racconta gli incontri di Mosè con il Faraone. Uno di questi, su invito di Dio, avviene la mattina presto sulle rive del Nilo perché è lì che si reca quest’ultimo. Ma cosa fa il Faraone a quell’ora sulle rive del fiume? Rashì, riprendendo il midrash, dice che “andava a fare i suoi bisogni” perché, dichiarandosi divinità, non poteva mostrare questo suo aspetto così materialmente degradante. L’uomo, quando è preda del delirio di onnipotenza, abbandona la propria umanità.
Benedetto Carucci Viterbi, rabbino
Il passato diventa un racconto docile non perché fondato sull’oblio, ma sull’indifferenza e sull’irrilevanza, Oppure sulla retorica che dice “Mai più!”. E’ bene sapere che in quella retorica scompaiono molte cose: il contesto, l’analisi degli atti, lo scavo nella mentalità. In sostanza la società concreta. Se intorno a tutto questo prevale – come su molte altre questioni della storia – il sensazionalismo, alla fine il risultato è che il passato diventa banale.
La banalizzazione si consolida soprattutto nel linguaggio collettivo. Riguarda non un argomento, ma la diffusione di un sentimento che costruisce una convinzione. E’ intorno a quel sentimento, caricato di retorica, che occorre lavorare culturalmente. Così: se diventa pratica comune definire con la parola olocausto qualsiasi atto che colpisce la vita; se l’aborto o la distruzione di embrioni vengono intesi come l’equivalente della Shoah; se “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci viene assimilato a “Se questo è un uomo” di Primo Levi, allora la banalizzazione ha vinto sotto i panni della falsa assolutizzazione. La sensazione è che già alla data di oggi essa abbia segnato grossi punti a suo favore. Per questo dire “Mai più!” rischia di essere l’aiuto più consistente ed efficace alla banalizzazione.
David Bidussa, storico sociale delle idee