Legge di mercato – La crisi e i piccoli capitali
Israele è da sempre sinonimo di vitalità imprenditoriale e i dati forniti riguardo al numero di società israeliane quotate all’Aim (Alternative Investment Market – mercato creato nel 1995 per le piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita) di Londra sono particolarmente significativi: nel 2007 ben 55 aziende di Tel Aviv e dintorni ne facevano parte.
Oggi però la crisi vuole anche dire muoversi in direzione opposta, ovvero il delisting, la fuga dal mercato e il ritorno al privato, a causa dei costi troppo alti di gestione: solo negli ultimi mesi undici società israeliane hanno deciso di uscire dal mercato azionario aspettando tempi migliori e molte altre ci stanno facendo più che un pensierino.
Eppure, nonostante il momento difficile, nel Finacial District di Tel Aviv c’è chi scommette prontamente riguardo a un loro dirompente ritorno: Guy Ravid – amministratore delegato di Cukierman Investment House e Simon Jaffa – partner dello studio legale Barnea & Co. dichiarano che si tratta solo di una questione di tempo e appena il mercato tornerà a girare, a bussare alla porta di Londra ci sarà la coda (questo grazie anche a regole flessibili che ne permettono di entrare e uscire con più facilità rispetto ai mercati tradizionali).
Gli israeliani ci insegnano ancora una volta come il rischio faccia parte del loro instancabile spirito imprenditoriale: ci si può quotare, si può sbagliare, si ammette l’errore, si ritorna indietro, ma non è assolutamente detto che non ci si possa riprovare una seconda volta, avendo fatto tesoro dell’esperienza precedente.
Un atteggiamento sempre propositivo che non trova molti eguali nel mondo; basti pensare che l’equivalente italiano dell’Aim, il Mac (Mercato alternativo del capitale), partito nel Novembre 2007, vede quotate per ora solamente pochissime Pmi di casa nostra (per contarle bastano le dita di una mano). I numeri non sono tutto, ma a volte spiegano molto.
Benjamin Oskar