Il caso Lieberman, l’uso delle parole e la legge di Humpty Dumpty
La linguistica ci insegna che sul lungo periodo il significato delle parole fluttua assai liberamente: per fare solo un esempio, l’inglese “nice”, carino, viene dal latino “nesciens”, ignorante. Ma sui tempi corti del dibattito politico e culturale è importante non lasciare che i significati delle parole si perdano nella confusione. Prendiamo un paio di vocaboli molto importanti per la memoria storica dell’ebraismo italiano, come “fascista” e “razzista”. Fascista è, per il dizionario di De Mauro “seguace, sostenitore del fascismo o dei movimenti di estrema destra che a esso più o meno dichiaratamente si richiamano: un convinto fascista, un picchiatore” e estensivamente ”chi si comporta in modo autoritario, reazionario e antidemocratico, o impone le proprie convinzioni con violenza brutale”. Lasciamo stare chi, da Toni Negri fino a un pezzo del Partito democratico, dice che l’attuale governo italiano porta il paese sull’orlo del fascismo. Il semplice fatto che possano dirlo indisturbati mostra che è una sciocchezza, ma non è questo ciò che ci importa.
Chiediamoci invece perché la parola fascista venga associata al leader di Yisrael Beitenu Liberman: non solo dal Manifesto o da Repubblica, ma anche di recente, fra virgolette, dal sito del Corriere (e da un bel po’ di articolisti di Haaretz…). Liberman è dunque “un picchiatore”? Un fan di Mussolini? Ha ottenuto i voti con la violenza? Difficile sostenerlo. E allora? Perché chiamarlo “fascista”? Si sa che vuole che nasca uno Stato palestinese ma a patto di uno scambio di territori (una parte del West Bank contro il pezzo più arabo della Galilea) per garantire l’equilibrio demografico. Scambi del genere sono stati contrattati diverse volte fra stati e non c’entrano nulla con la pulizia etnica. Inoltre Yisrael Beitenu vuole sanzionare coloro che rifiutano un giuramento di fedeltà allo Stato di Israele (non sarebbero solo gli arabi estremisti, ma anche un po’ di haredim antisionisti). E’ fascista questo? In Spagna sono stati sciolti i partiti che rifiutavano fedeltà alla costituzione sostenendo il terrorismo basco, come Batasuna. Fascista anche Zapatero? In Germania dal 1972 vige il “Berufsverbot”: divieto di impiego pubblico per chi aderisce a movimenti anticostituzionali. Fascisti anche loro? E fascisti anche gli Usa, che per darvi il visto vi continuano a chiedere se aderite a movimenti estremisti.
Qualche volta a proposito di Liberman si usa invece la parola “razzista”. Citiamo ancora De Mauro: “ chi professa teorie razzistiche; che, chi sostiene la superiorità di una o più razze, legittimando o attuando una politica di discriminazione e persecuzione. Estensivamente, che, chi ha un atteggiamento di intolleranza nei confronti di persone diverse per razza, cultura, posizione sociale, religione o provenienza geografica.”
Razzista, o addirittura razziale è stato definito da Famiglia cristiana (con l’appoggio di Veltroni) la legge che permette ai medici di denunciare gli immigrati clandestini. Qui dobbiamo entrare più nel merito, perché i razzisti di solito ce l’hanno soprattutto con noi. Ammesso che ci sia una cosa come le razze, i clandestini non appartengono a una in particolare: possono essere ucraini come marocchini. Clandestino è una posizione giuridica, per definizione mutabile, non un marchio che riguarda ciò che si è, l’origine etnica, che era presa di mira dalle leggi razziali. E allora, anche se volessimo dissentire dalla legge, come è certamente lecito, possiamo noi accettare che essa sia definita razziale? Che opinionisti risolutamente antisraeliani predichino il ritorno al 1938, con nuove persecuzioni “razziali” ai danni dei clandestini (prima erano gli zingari) “i nuovi ebrei”? Magari quegli stessi come Famiglia cristiana e il Manifesto, che implicitamente danno del nazista all’esercito israeliano ed esplicitamente del razzista a Liberman?
E a proposito che ha fatto di razzista Lieberman? Chiedere lealtà allo Stato (a uno Stato in guerra) è razzismo? E allora come la mettiamo col reato di “alto tradimento” che si trova nei codici di moltissimi paesi (inclusa l’Italia)? I palestinesi (anche Abu Mazen, non solo Hamas) possono tranquillamente ammazzare i “collaborazionisti” e invece Israele non deve colpire neanche con sanzioni amministrative come la perdita della cittadinanza chi appoggia Hamas, se no è fascista e razzista? Bisogna tenere a posto le parole, non consentire alla retorica di stravolgerne il senso. Quelli che accusano Israele di comportarsi a Gaza “come i nazisti” (sono tanti, dal Cardinal Martino in giù, molti sono ebrei) mi sembrano peggiori dei negazionisti alla Williamson. Perché invece di cercare solo di sottrarci la memoria, che sappiamo conservare, cercano di confonderla, infangando noi. Difendiamo le parole che descrivono la nostra esperienza storica, non lasciamo senza risposta chi sfrutta la nostra memoria per battaglie politiche più o meno giuste, spesso mirate contro di il popolo ebraico di oggi.
Post scriptum: A proposito di fascismo e razzismo, sapete come si chiama quell’uomo politico mediorientale che si è laureato con una tesi negazionista, che si vanta di aver personalmente sparato contro i propri nemici e che governa illegalmente con la forza, pur avendo terminato il proprio mandato? Non è un deputato della Knesset, di mestiere fa il presidente dell’Autorità Palestinese e si fa chiamare Abu Mazen. Qualcuno oserebbe dargli del fascista, anche fra noi? Eppure secondo il De Mauro, ci starebbe… Questo ciò di cui parla Lewis Carroll: «Quando io uso una parola», proclamava Humpty Dumpty, «questa significa quello che decido io, né più né meno». I marxisti lo chiamano egemonia. Il potere sulle parole è oggi in mano ai nemici di Israele.
Ugo Volli, semiologo