La difficile mediazione sul concetto di laicità dello Stato
Ciascuno di noi ha sperimentato la difficoltà di spiegare ai non ebrei la differenza fra “ebreo” e “giudeo” (che in quasi tutte le altre lingue è la denominazione usuale, ma in italiano è insultante), “ebreo”, “ebraico”, “israeliano”, “israelita” “sionista”, ecc. E’ chiaro per esempio che molti israeliani non sono ebrei (gli arabi), e che gli ebrei italiani non sono in genere cittadini israeliani, ma è anche un po’ ipocrita dire che noi non c’entriamo con le scelte di Israele, come qualcuno invece sottolinea volentieri. Noi invece sentiamo di entrarci eccome, nutriamo solidarietà e affetto per Israele. Sempre “responsabili l’uno per l’altro”, gli ebrei lo sono in particolare per quel che accade nello Stato che raggruppa metà degli ebrei del mondo, che sorge sulle terre della Bibbia, che si dice ebraico e democratico. (Fra i due termini c’è, non certo in teoria, ma in pratica sì, una possibile tensione demografica, come ci insegna Sergio Dalla Pergola; ma non affrontiamo qui il tema). Dunque non siamo “italiani di religione mosaica” come voleva l’assimilazione più estrema all’inizio del Novecento; l’ebraismo non è solo una religione ma anche (o piuttosto) un popolo. Ma che rapporto c’è fra le due cose? Possiamo partire da una parola: quel che separa la religione dal suo popolo o il popolo dalla sua religione si dice in termini moderni laicità dello Stato.
Tralasciando tutti i grandissimi problemi connessi alla nostra autodefinizione, vorrei riflettere qui su questo tema della laicità, che torna di frequente nella discussione politica ebraica. Noi ebrei italiani siamo certamente laici, anzi forse addirittura spesso laicisti, perché è la laicità dello Stato italiano che ci consente di vivere come un diritto la nostra differenza. Per quanto riguarda Israele, parliamo meno volentieri dell’argomento. Sappiamo che per una scelta fatta alla fondazione dello Stato, alcune cose sono pochissimo laiche: per esempio i giovani che studiano in yeshivà non fanno il servizio militare e non c’è neppure il matrimonio civile, anche se la maggioranza dei cittadini è laica e spesso preferisce convivere o sposarsi a Cipro piuttosto che accettare la supervisione (burocraticamente piuttosto ostica, a quanto dicono) del Rabbinato centrale. Molti immigrati, per esempio molti di coloro che provengono dall’Est europeo o molti convertiti, non hanno altra scelta. Non voglio discutere qui questa situazione. Bisogna notare però che questo dibattito riemerge periodicamente nella politica israeliana: un paio di legislature fa con un partito, lo Shinui, nato solo su questo tema e subito sparito dopo un effimero successo; adesso con Yisrael Beitenu, definito da alcuni come laicista, ma decisamente timido su questo tema secondo gli standard europei.
E’ interessante il senso delle parole. Il “laico” delle lingue europee è un membro del popolo (dal greco laòs), contrapposto alle gerarchie di qualunque tipo; dunque un non prete, ma anche un giudice popolare che non appartiene alla magistratura ecc. Solo nell’Ottocento il termine prende a definire non i membri comuni della Chiesa, ma coloro che vogliono separarla dallo Stato. In ebraico la parola è “hilonì”, la quale deriva dal termine “hol” che designa ciò che è contrapposto al “kodesh”, per esempio i giorni della settimana rispetto allo Shabbat, e ha un riferimento semantico generale a ciò che è “vuoto” o “mancante”. Dunque nel profondo “hiloni” connota “profano” o addirittura “dissacrato”.
Per quanto ho potuto accertare, anche “hiloni” come “laico” è un termine piuttosto nuovo, comunque raro se non inesistente nella Torah. Vale la pena di riflettere su questa scelta lessicale compiuta forse cent’anni fa da Eliezer Ben Jehuda, perché nell’ebraico classico c’erano delle alternative. Coloro che non erano sacerdoti o Levi venivano definiti infatti semplicemente “Yisrael”, e talvolta si contrappone ai dotti e agli osservanti l’”am haaretz”, la gente comune. La ragione sta forse nel fatto che l’autonomia della vita politico-sociale rispetto alla sfera religiosa è molto difficile da sostenere di fronte alla regolazione minuziosa dei rapporti civili che si trova nella Torah e nel Talmud; se si guarda alla cronaca dei regni di Israele e di Giuda, per non parlare dei profeti, è evidente che i re vengono giudicati secondo i loro comportamenti religiosi, sicché anche grandi sovrani (sul piano della storia civile) come Omri, vengono giudicati malissimo. Di più: la pretesa storica fondamentale della storia biblica è che solo la fedeltà ai precetti può far prosperare il popolo di Israele.
Certamente questa mancanza totale di laicità ha contribuito sul piano sociologico a far sopravvivere per secoli e secoli le piccole comunità della diaspora e le dobbiamo forse la nostra stessa esistenza. Ma oggi? E’ possibile, fors’anche necessario un ebraismo laico, al di là dell’ovvia differenza col mondo cristiano costituita dall’assenza di un clero? O la laicità propugnata nella diaspora è solo una difesa e l’ebreo “non può non dirsi religioso”? Bisogna dunque al contrario recedere dalla pretesa laicità che sarebbe assimilazione e tornare tutti a rispettare la minuziosa regolazione religiosa del quotidiano? Ma è una prospettiva realistica? Possiamo essere laici senza essere per questo hiloni, dissacrati? La nostra anima è a Tel Aviv o a Meà Shearim? O in una faticosa, incerta, empirica mediazione fra questi due poli, come provano a fare il sistema politico israeliano e buona parte delle comunità della diaspora? Le parole possono chiarire i problemi, certo non li risolvono.
Ugo Volli