Per un figlio

Le molteplici trame di queto romanzo sono intrecciate a partire dall’idea antica che l’esercizio della narrazione possa tenere in vita un uomo in pericolo di vita. Nel contesto israeliano si tratta di Ofer, un soldato che partecipa a un’operazione militare proprio sul filo del congedo definitivo dall’esercito. La madre di Ofer, Orah, è la Sherazade di questo lungo racconto che ha trovato una tragica eco nel post scriptum di Grossman. Qui l’autore spiega come era stato suo desiderio che questo libro proteggesse il figlio minore Uri, allora soldato di leva, poi invece ucciso nelle ultime ore della seconda guerra del Libano. Per quanto la maggior parte del testo fosse già stata scritta prima di questo tragico evento, non si riesce a sfuggire all’impressione di partecipare — anche se attraverso la mediazione della pagina scritta — a un dramma che è doppiamente crudele: da un lato, una minuziosa narrazione letteraria è tragicamente straripata nella realtà; dall’altro, le poche, sobrie parole con cui la realtà viene descritta la sospingono indietro verso la narrazione.
Se Uri è infatti scomparso, di Ofer rimane un ritratto ricco e dettagliato che lo terrà eternamente in vita: non sapremo mai se il nostro protagonista tornerà dalla sua missione. La vicenda di Ofer occupa un posto centrale nell’economia del libro; essa rappresenta tuttavia un modo per avvicinarsi alle questioni che più premono al suo autore, in che modo la famiglia sia una cassa di risonanza della storia di Israele e come l’intimità di una famiglia venga violata dalla violenza e dalla brutalità che la guerra irradia.
Orah, Ilan e Avram — i tre adulti di questa storia — si sono incontrati da adolescenti nel corso di una guerra, la guerra dei Sei Giorni (1967). Ricoverati in ospedale in isolamento nella più assoluta oscurità, in quel contesto crepuscolare i tre si innamorano rimanendo legati per tutta la vita in un triangolo di amore e di amicizia. Durante quell’incontro giovanile sarà Avram a dare luce al loro rapporto e a tenerli uniti. Ma quando lo ritroveremo da adulto, la scintilla creatrice di Avram è ormai spenta, soffocata da un’altra guerra, la guerra del Kippur (1973), in cui Avram viene preso prigioniero e torturato a lungo, e a seguito della quale vorrà cessare di vivere. Simbolo (quasi) vivente di quello che potrebbe accadere alla società israeliana, Avram sembra impersonare l’invito urgente che Grossman ha già rivolto al proprio paese:
“Fermatevi un momento, guardate l’orlo del baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato” (Con gli occhi del nemico, Mondadori, 2007). Anche i due figli di Orah — Adam e Ofer — sono avvolti dalla guerra: cinque soli giorni hanno separato la fine della leva di uno dall’arruolamento dell’altro ed entrambi hanno prestato servizio nei Territori occupati, “sorbendosi tutte le porcherie dell’occupazione”.
Chi ha tenuto unita per lungo tempo questa famiglia allargata e ormai disfatta è Orah, madre dei due ragazzi e moglie due volte abbandonata di Ilan. Orah è una donna che fugge (così come recita il titolo del romanzo in ebraico) con un Avram sconfitto nel corpo e nell’anima, sopraffatto dal trauma della propria prigionia. Insieme percorrono a piedi una parte di un sentiero che si snoda per tutto il paese, a partire dal nord “dove finisce Israele”, da quella Galilea dove ebbe invece inizio la storia del sionismo ai primi del Novecento e che, per loro, sarebbe stato “l’inizio di una vera e completa guarigione”. E un sentiero immerso in una natura bella e generosa che solo apparentemente è apolitica. Da un lato l’eternità di fiumi e monti rivela quanto sia vacua l’illusione di potersene appropriare da parte di chi si contende quella terra. Dall’altro, tuttavia, questi stessi fiumi e montagne incorniciano un paesaggio che porta i segni della guerra, che è costellato di piccole lapidi, di tombe e monumenti funerani ai caduti, e di rovine di vecchi villaggi arabi.
Il libro lascia poco spazio a due categorie di personaggi: ai palestinesi e ad altri personaggi femminili. Tuttavia, se la scrittura è l’opposto della guerra, così come Grossman ha più volte ripetuto in numerose interviste (poiché combatte quella generalizzazione dell’altro che invece la guerra impone), i palestinesi che compaiono in questo romanzo sono tutti ben definiti. Con le loro sfumature e contraddizioni, i dialoghi e gli incontri tra israeliani e palestinesi sottolineano l’importanza del rapporto umano che la guerra invece cancella, con il suo mantenere l’altro in una necessaria condizione di afonimità.
Orah non concede alcuno spazio ad altri personaggi femminili: Talia, la fidanzata di Ofer, viene appena menzionata nel contesto della separazione dei due giovani; anche la compagna di Avram, Neta dopo poco scompare. Orah riassume infatti in sé diverse figure di donna: per Adam e Ofer è la madre; per Ilan è la moglie; per Sami è la moglie del Signor Ilan. Solo per Avram Orah è tutto, nella bolla che rappresenta il mondo reale e quello fantastico che essi stessi hanno creato.

Simona Shomroni, l’Indice, febbraio 2009

David Grossman
A un cerbiatto somiglia il mio amore
ed. orig. 2007, trad. dall’ebraico
pp. 781, 22 euro,
Mondadori Milano 2008