Leggi razziste e risarcimenti tra diritto e rimozioni

Quando otto anni fa ha accettato s’immaginava un incarico facile, ai limiti della mera rappresentanza. Gli è bastata una sola riunione per ricredersi. E rendersi conto che quell’incarico per conto dell’Ucei nella Commissione perseguitati politici e razziali segnalava uno snodo cruciale per l’ebraismo e per la stessa società italiana, al bivio tra la parola del diritto e l’atroce silenzio della rimozione.
Così Giulio Disegni (nell’immagine), avvocato torinese, appassionato di storia e cultura ebraica (tra i suoi libri Ebraismo e libertà religiosa in Italia e Fuori dal ghetto, il 1848 degli ebrei), ha deciso di restare. E di portare avanti la battaglia perché i perseguitati vedano riconosciuti appieno il diritto a quell’assegno vitalizio di benemerenza sancito dalla legge Terracini del 1955. Al di là delle ritrosie, delle diffidenze e del sostanziale disinteresse che hanno contrassegnato i primi decenni della sua applicazione.
Oggi l’avvocato Disegni ha la soddisfazione di misurare un percorso quasi compiuto. “Adesso – dice – il clima è piuttosto favorevole. Chi fa domanda e documenta o direttamente o attraverso un atto notorio con due testimoni, riesce a ottenere l’assegno anche se durante la persecuzione razzista era un bambino, condizione che fino a poco tempo veniva invece considerata un impedimento. A questo punto la questione dei risarcimenti si avvia all’esaurimento: gran parte degli ebrei che hanno fatto domanda ha ottenuto risposta dallo Stato. Molte altre domande sono ancora comunque in attesa”.
Avvocato Disegni, quanti sono gli ebrei che finora hanno avuto l’assegno di benemerenza?
Sono, credo, circa duemilacinquecento-tremila persone che con memorie, certificati o foto hanno documentato le persecuzioni patite negli anni del fascismo. E’ un patrimonio di storie che oggi riposa nei faldoni del ministero delle Finanze ma un domani è destinato a divenire materiale prezioso per raccontare gli anni delll’esclusione e della violenza antiebraica in Italia.
Come sono stati questi anni visti dall’interno della Commissione perseguitati?
Nei primi anni l’atmosfera era pesante. Moltissime domande venivano respinte con diverse motivazioni. Non credo però che gli atteggiamenti negativi fossero dettati da un’ostilità preconcetta o da un’antipatia per il problema. Era piuttosto la difficoltà a capire che le leggi razziste avevano significato l’espulsione di una parte della società italiana. Mancava un’informazione corretta su quel che erano state le persecuzioni in Italia. Poi dal 2003 la situazione è cambiata, anche grazie a numerosi interventi delle Corti dei conti regionali e soprattutto delle sezioni unite della Corte. E per la conoscenza di quegli anni un contributo molto importante è arrivato dal Giorno della Memoria che ha consentito una sensibilizzazione più diffusa su queste tematiche.
Che ruolo hanno avuto nella vicenda dei risarcimenti le istituzioni ebraiche?
Forse nei primi decenni da quando la legge è stata emanata l’hanno un po’ dimenticata. Vi era stato un certo disinteresse, motivato anche dal fatto che a quel tempo vi erano ben altre urgenze su cui concentrarsi. Va anche detto che da principio la Commissione, nominata dalla Presidenza del Consiglio, includeva un rappresentante per ciascuno dei ministeri chiave, uno dell’Aned e dell’Anpi ma non menzionava alcuna partecipazione ebraica. Solo nell’86, a seguito di un ricorso alla Corte costituzionale, si è stabilito che per il corretto svolgimento dei lavori era necessaria una rappresentanza anche degli ebrei italiani.
E a questo punto entra in gioco l’Unione delle Comunità Ebraiche.
L’Ucei nomina l’avvocato Dino Voghera, di Milano, che rimane però in carica pochi anni. Poi c’è un periodo di vuoto. Fino alla mia nomina alla fine del 2001 su indicazione di Amos Luzzatto, allora presidente Ucei.
Perchè la scelta di un avvocato?
Non è una competenza necessaria per entrare a far parte della Commissione. Ma a mio avviso è forse la più adeguata a capire una materia tutto sommato complicata. Ciò che invece serve molto è una certa conoscenza della storia e del mondo ebraico e soprattutto della legislazione razzista e delle vicende subite dagli ebrei italiani in conseguenza di tale normativa.
Nei primi anni gli assegni di benemerenza sono stati molto pochi. Una realtà motivata solo dall’atteggiamento della Commissione?
Allora la possibilità di ottenere l’assegno era molto poco pubblicizzata e dunque non tutti gli ebrei italiani erano al corrente di questa possibilità. Tra gli anni Sessanta e i Settanta si tendeva piuttosto a richiedere la qualifica di perseguitato, per cui bastava essere iscritti a una Comunità ebraica, essere nati entro il 1940 o avere un certificato fascista di razza ebraica. Era un titolo che consentiva piccoli sconti sul ticket o sulle ferrovie e dava diritto ad alcuni benefici pensionistici. Se a ciò si aggiunge il fatto che l’atmosfera all’interno della stessa Commissione non era delle migliori si capisce perchè gli assegni di benemerenza stentavano ad arrivare. Tra il ’55 e l’80 gli ebrei che hanno avuto il vitalizio si contano sulle dita di una mano. Tra l’80 e il 2000 saranno stati forse al massimo una cinquantina.
Il problema risiedeva nella legge istitutiva, la legge 96 del 1955 più nota come legge Terracini dal nome del firmatario, o nelle sue interpretazioni?
La legge era nata in prima istanza per i perseguitati politici e solo in seconda battuta erano stati aggiunti i perseguitati. La sua stessa formulazione in certo modo poteva rendere difficoltoso riconoscere il diritto di questi ultimi. Molte volte, per negare il vitalizio, si adduceva ad esempio il fatto che la persona non aveva svolto alcuna attività politica contro il fascismo o non aveva subito atti di violenza fisica in prima persona. Prevaleva negli uffici la tendenza a interpretare la legge in modo molto restrittivo non riconoscendo come davvero grave la persecuzione razziale: si stentava ad esempio a inquadrare come tale l’espulsione dalle scuole o dai posti di lavoro. A quel punto sono iniziati i ricorsi dei singoli al Ministero delle finanze e alla Corte dei conti. Ed è stata quest’ultima a dare un buon impulso all’applicazione della legge.
In che modo?
Una pronuncia del ’98 stabiliva che nella violenza subita dai perseguitati andava considerata anche la violenza morale espressa in atti o comportamenti lesivi di valori costituzionalmente protetti. Nel 2003 una seconda pronuncia sanciva che le misure concrete d’attuazione della normativa antiebraica erano idonee a concretizzare una specifica azione lesiva da parte dello Stato. Era la risposta al caso di una signora ebrea di Bologna, che aveva documentato la sua esclusione dalle scuole pubbliche e sulla base di questo provvedimento aveva chiesto l’assegno di benemerenza. Quest’ultima decisione è stata molto importante, perché ha aperto la strada all’accoglimento successivo di centinaia di domande di ebrei italiani.
In quegli stessi anni il problema arriva all’attenzione dell’opinione pubblica: vi sono interrogazioni, proteste, segnalazioni di richieste negate da parte degli stessi ex perseguitati.
E’ il periodo della svolta. Nell’estate del 2005 la stessa Presidenza del Consiglio istituisce una Commissione di Studio per capire cosa osta al rilascio degli assegni di benemerenza e per sveltire le procedure. In quest’occasione si risolve un altro grave problema che riguarda la datazione delle persecuzioni. La legge prendeva in considerazione un arco temporale fra il ’38 e il settembre ’43, venendo così a escludere il periodo più drammatico della persecuzione antiebraica. Lo Stato italiano, questa era la tesi, non poteva sopperire a quanto operato dalla Repubblica di Salò. Nel 2005 si apre anche alle persecuzioni successive all’8 settembre del ’43 includendo una serie di situazioni quali la fuga, la necessità di nascondersi o di lasciare la propria casa, l’emigrazione forzata.
E chi allora era bambino? Ha diritto al vitalizio?
Attualmente ha diritto chi è nato entro il ’43. Anche se spesso in Commissione si discute sull’opportunità di accordarlo a chi era piccolissimo. In che modo può aver sofferto un bimbo di pochi mesi? A quell’età si capisce pochissimo, sento spesso ripetere. E lo si è detto di recente anche a proposito dei bambini ebrei romani nascosti da piccoli nei conventi. Dal mio punto di vista la sofferenza, anche in età molto tenera, è però innegabile. Se non altro per i riflessi che ha sullo sviluppo evolutivo. In ogni caso credo abbia diritto anche chi è nato nel ’44 visto che le leggi razziste erano ancora in vigore e per questo mi sto battendo. In realtà per ottenere un buon risultato si dovrebbe riformulare la legge e penso che questo non avverrà.
Perché non è pensabile un aggiornamento della legge Terracini?
Ormai stiamo andando quasi a esaurimento. La Commissione si riunisce una volta al mese ed esamina circa una settantina di pratiche a volta. Ancora un paio d’anni e quanti hanno ancora diritto ad avere l’assegno di benemerenza lo otterranno.
Cosa consiglia a chi non ha ancora fatto domanda per l’assegno di benemerenza?
Le domande sono ancora aperte. Chi pensa di avere diritto può dunque avviare la sua pratica. Tengo ad aggiungere che anche gli ebrei italiani perseguitati dal regime e ora residenti all’estero, in Israele o in Sud America hanno diritto all’assegno di benemerenza, così come gli ebrei residenti a Tripoli, poiché in Libia erano in vigore le leggi razziste. Il suggerimento è di non dare nulla per scontato: ogni fatto o circostanza deve essere documentato nel dettaglio con date, nomi, certificati o tramite la testimonianza di almeno due persone tradotta in un atto notorio davanti ad un notaio o presso l’ufficio atti notori del Tribunale di residenza. In questi anni abbiamo avuto modo di vedere tante domande forse scritte ingenuamente, basate solo sul ricordo del singolo, che davano tanto per scontato. E questo purtroppo non è sufficiente. Per avere un sostegno è inoltre consigliabile rivolgersi alla propria Comunità ebraica o all’Ucei dove è attivo un ufficio che si occupa di queste questioni.

Daniela Gross