Antisemitismo e islamofobia, una sottile differenza
L’articolo di Ian Buruma, pubblicato qualche giorno fa sul Corriere e già segnalato da Anna Foa, è interessante per un’altra ragione, al di là della discussione sui limiti della libertà di opinione. Questo punto infatti a me sembra abbastanza chiaro sia in sede teorica che linguistica. Quel che è assicurato dalla tradizione occidentale, a partire da Locke e Spinoza ed è recepito nelle legislazioni liberali, è la libertà di “pensiero”; tutti peraltro, senza eccezioni hanno diritto ad avere “parola”. Su tutti i temi in un paese libero si può liberamente opinare. L’”espressione” del pensiero è invece sempre soggetta invece a limiti, come il divieto della diffamazione, di calunnia, di vilipendio ecc. La differenza fra libertà di “pensiero” o di “opinione” e di “espressione” o “parola” è una questione di parole, ma anche di sostanza. Io posso pensare che un certo movimento politico sia sostanzialmente nazista o che una persona rubi ma per non incorrere in reati devo esprimere questo pensiero in maniera adeguatamente pacata e motivata; in particolare non posso incitare a reati contro il movimento o la persona; d’altro canto la satira e la polemica politica godono nei regimi liberali di una protezione superiore alla media, che sono libertà ulteriori. Il concetto di espressione comprende infatti sia le parole sia il loro contesto d’uso, inclusi i generi discorsivi. Parlando di cose che ci riguardano da vicino, nessuno, credo, ha mai preteso davvero che fosse proibito discutere in termini storici il modo in cui è avvenuta la Shoà e neppure la sua realtà. Per paradosso, se qualcuno sostenesse in un libro che Hitler non è mai salito al potere e che Auschwitz è una spiaggia siciliana, la sua sarebbe una posizione assurda e insostenibile, da ignorante, ma non da criminale. Non si dovrebbe farlo insegnare in una scuola, ma sarebbe sciocco processarlo per questo. Qualche anno fa Sellerio ha pubblicato un libro, intitolato “Napoleone non è mai esistito”, un divertissement antinegazionista che sottolinea che in ambito storico è possibile sostenere anche delle assurdità. La ricerca procede avanzando ipotesi nuove e magari “strane” e accettandole o rifiutandole fino a raggiungere un consenso su un corpus scientifico condiviso. Naturalmente è interesse della società che le assurdità non siano insegnate nei luoghi istituzionali del sapere e che non siano usate in maniera criminale, per esempio non vengano finalizzate alla propaganda politica antisemita, cioè a suscitare l’odio contro il popolo ebraico..
Ma il punto interessante da discutere secondo me non è questo, che in pratica è sempre abbastanza facile da decidere. Il problema vero riguardo all’articolo di Buruma è la sua ostentata parificazione fra la posizione del vescovo Williamson e quella del deputato olandese Geert Wilders, autore come noto di un film (“Fitna”) che intende far notare la somiglianza fra il Corano e certe posizioni inaccettabili di apologia della violenza, in particolare il nazismo. Che fra islamismo e nazismo vi siano relazioni non è certo di una tesi storicamente campata in aria: da poco tempo, per esempio, è uscito un libro in Italia (David Dalin e John Rothmann “La mezzaluna e la svastica”, Landau Edizioni) che documenta il fitto intreccio di complicità fra movimento nazionalista arabo e nazismo durante la seconda guerra mondiale. Ma la discussione pubblica di questo tema è ciò che Buruma accosta al negazionismo.
Più che porsi il problema del confronto personale che Buruma fa fra Williamson e Wilders (il che sarebbe certamente interessante soprattutto se lo estendessimo alle polemiche che lo stesso Buruma ha sostenuto contro Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese di origine somala minacciata di morte dagli islamisti per “apostasia” e contro Theo Van Gogh, cineasta sempre olandese amico di Wilders e di Hirsi Ali, ucciso dagli stessi islamisti olandesi per le sue posizioni politiche) ci interessa qui confrontare due parole la cui equivalenza è implicata dal confronto di Buruma: “antisemitismo” e “islamofobia”.
Posto che l’antisemitismo (e anche quel suo antenato prossimo, l’antigiudaismo cristiano) sono forme particolarmente odiose di razzismo, essere “islamofobi” è la stessa cosa che essere antisemiti, come cercano di far pensare intellettuali islamici alla Ramadan, gli stati arabi, la risoluzione 62/154 dell’Onu e anche la conferenza Durban 2? Io non credo. Ognuna di queste parole è composta da due parti, una che indica un’azione o una passione (“anti”, “fobia”) e una che indica un’entità collettiva (“semiti” o “giudei” e “islam”). C’è però una differenza fondamentale fra i due termini, sia nella prima che nella seconda parte. Essere contro (“anti”) qualcuno è assai diverso da averne paura (“fobia”). Opporsi a un movimento ideologico, teologico-politico come l’Islam (o il comunismo, il fascismo, o il politeismo, o Scientology) è molto diverso rispetto a essere ostile a un popolo, cioè a un complesso di individui indissolubilmente uniti da un legame prevalentemente etnico. E’ abbastanza ovvio che qualcuno possa odiare il comunismo o il fascismo; dal mio punto di vista probabilmente fa bene. Se odia gli scozzesi (o gli ebrei, o ovviamente gli egiziani) il suo atteggiamento è almeno sospetto di essere in qualche senso patologico, razzista. Avere paura dell’Islam (o piuttosto degli islamisti, la parola “islamofobia” non fa differenza) è dunque cosa assai diversa dall’odiare gli ebrei. Bisogna aggiungere che nelle intenzioni esplicite e documentate di chi ha coniato la parola “islamofobia”, come scrivono Christopher Hitchens sul Corriere di martedì 10 marzo e Klaus Faber sul Jerusalem Post del giorno successivo, questa deve servire a qualificare negativamente e possibilmente a proibire la critica dei principi e delle formulazioni del Corano, cioè a rendere immune da ogni discussione l’ideologia islamistica: dire che non è giusto tagliare le mani ai ladri, o proibire alle donne di guidare come è fatto in Arabia Saudita in nome dei principi islamici, per esempio, sarebbe qualificato di islamofobia, mentre è evidente che nessun ebreo penserebbe che sia antisemita dire che sono irragionevoli le regole alimentari della tradizione ebraica. Questa pretesa di infallibilità, che può diventare molto concreta, come nel caso della condanna a morte dello scrittore Salman Rushdie, reo di aver presentato in maniera ironica il Profeta, è peraltro un’ottima ragione per aver timore degli islamisti. Vi sono certamente molte altre ragioni ancor più solide, che non è possibile richiamare qui nei dettagli: per esempio l’aggressività militare, la rivendicazione del possesso di tutte le terre che sono mai stato in mano di stati islamici, l’oppressione delle donne e last but not least, un’estesa pratica terrorista, abbondantemente appoggiata da intellettuali e popolo dei paesi islamici. Dunque essere moderatamente islamofobici è non solo lecito ma anche ragionevole – certamente facendo le debite eccezioni, non immaginando che le persone siano tutte uguali e che ogni islamico sia un terrorista.
Se i due termini descrivono realtà assai diverse, e sono diversi anche i personaggi (un prete che vuol restaurare l’antica pretesa della Chiesa al monopolio della verità e un deputato che vuole aprire un dibattito sul futuro dell’Europa, al di là dei luoghi comuni del “multiculturalismo”) anche l’atteggiamento da tenere nei confronti dei loro discorsi è diverso. Williamson rifiuta di vedere la persecuzione antiebraica o la minimizza, perché vuole che gli ebrei siano considerati colpevoli di “deicidio”; non porta prove, anzi aspetta che altri, se ne sono capaci, lo convincano che la Shoà c’è stata. La mossa di Wilders al contrario consiste nel portare prove, chiedere una discussione nell’ambito di un discorso non teologico ma politico. In sostanza avverte la comunità di cui fa parte di quel che gli sembra un pericolo concreto ed attuale. Chiedere che la Chiesa sanzioni il discorso di Williamson significa metterla di fronte alle sue responsabilità (e infatti la reazione non è mancata). Impedire a Wilders di parlare, come ha fatto il governo inglese, vuol dire escludere dalla sfera pubblica un problema che si prospetta nel futuro prossimo, quello dell’intolleranza islamista al libero scambio delle opinioni e della critica. Non vi è affatto simmetria nel concedere o negare libertà di parola ai due discorsi.
Ugo Volli, semiologo