ll dottor Sachs e gli altri, piccole storie di grandi medici

“Un saggio storico che per molti versi è un vero libro di formazione, perché dalla microstoria del giovane medico condotto di religione ebraica Ettore Sachs, che esercitò la professione fra il 1891 e il 1903, scaturiscono tre macrostorie quali l’antigiudaismo storico, i rapporti tra ebraismo e medicina, la questione ebraica nei suoi riflessi attuali”. Così il professor Giorgio Cosmacini,grande nome della storia della medicina italiana, definisce il libro “Il dottor Sachs – Un medico ebreo in Friuli e la sua famiglia tra Otto e Novecento”.
Un notevolissimo sforzo di ricostruzione storica quello di Valerio Marchi, autore del libro che racconta la storia di Ettore Sachs, giovane medico condotto, fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 a Gonars e a San Daniele del Friuli e della sua famiglia proveniente dalla Moldavia meridionale il cui arrivo fu accolto da manifestazioni e da cartelli di protesta affissi sui muri del paese, proprio perché ebreo. “Mi occupo di storia del cristianesimo e dell’ebraismo dal 1993, dice Marchi per spiegare il motivo del suo interesse per questa particolare storia, data in cui mi sono laureato in Storia con una tesi in Storia della Chiesa su «L’Italia», le dittature e la “questione ebraica” negli anni Trenta. Due anni fa nello sfogliare dei giornali dell’epoca mi sono imbattuto nella storia di un giovane medico israelita e mi sono incuriosito: che cosa aveva fatto quel medico ebreo per divenire oggetto di tante attenzioni?”.
Ma la curiosità del professor Marchi, che insegna storia e filosofia in una scuola superiore e sta concludendo un dottorato di ricerca presso l’Università di Udine con una tesi dal titolo: «Tempo bello per gli ebrei». Stampa cattolica udinese e questione ebraica (1880-1914), va ben oltre questo singolo libro. Seguendo la sua passione nell’andare a ricercare tutto ciò che riguarda la questione ebraica e l’opposizione agli ebrei, già qualche mese fa si era occupato di un altro personaggio, l’onorevole Riccardo Luzzatto parlamentare dal 1892 al 1913, una figura per lungo tempo dimenticata e tornata alla luce proprio grazie a una documentata monografia del professor Marchi dal titolo Il Serpente biblico – L’on. Riccardo Luzzatto in Friuli fra culto della patria antisemitismo e politica , il cui titolo non è un’espressione che richiama all’episodio della Genesi, ma un’immagine che racchiudeva tutto un mondo di significati nella lotta politica in Friuli il cui destinatario era per l’appunto Riccardo Luzzatto.
Come per il Serpente biblico così per la storia di Ettore Sachs, Valerio Marchi, è riuscito attraverso una grande quantità di fonti, soprattutto giornali e riviste dell’epoca, a ricostruire uno spaccato della società friulana anteguerra evidenziandone gli aspetti ancora sconosciuti, come l’antisemitismo e il razzismo ritenuto da molti estraneo alla cultura italiana e che invece diviene un’amara consapevolezza per il lettore fin dalle prime pagine del libro.
“Ho accettato di curare la prefazione del libro di Marchi, – spiega il professor Giorgio Cosmacini autore fra gli altri di Medicina e mondo ebraico prezioso resoconto della storia pressoché sconosciuta della medicina ebraica dai tempi di Mosè al Seicento, – perché anch’io sono originario di quelle parti ed è stato un po’ come tornare alle radici, e poi perché penso che nella figura del medico ebreo ci siano delle peculiarità interessanti da indagare si pensi alla versatilità della cultura ebraica. In passato i medici ebrei erano più colti della media della società, la loro professione era veicolo per essere ammessi a corte, negli ambienti aristocratici…”
“La storia della famiglia Sachs mi ha appassionato al punto che ne ho ripercorso la storia seguendola a Padova, in Toscana e perfino in Israele dove ora vive suo nipote, Giorgio Algranati, figlio della figlia di Sachs, che mi ha ospitato qualche giorno e mi ha aiutato ad aggiungere elementi importanti nella ricostruzione di alcuni aspetti della vicenda”, ci rivela Marchi.
La storia di Ettore Sachs è ora motivo di orgoglio per il Comune di Gonars, luogo in cui il medico ebreo visse ed esercitò la professione, che ha sponsorizzato metà della pubblicazione e che nella serata di presentazione presso il centro civico di Fauglis ha donato una copia del libro a tutti i cittadini intervenuti.

Lucilla Efrati

Il Dottor Sachs – Un medico ebreo in Friuli e la sua famiglia tra Otto e Novecento
Casa Editrice Kappavu – pp.351
Costo: 20 euro

Di seguito un brano del libro:

1. UN PREZIOSO TRAFILETTO
Un paio d’anni fa, nel corso delle mie ricerche, sfogliando un fascicolo del quotidiano cattolico udinese «Il Cittadino Italiano» (stampato fra il 1878 e il 1900), mi imbattei in alcune corrispondenze del luglio 1896, scritte da San Daniele del Friuli, che mi incuriosirono alquanto. Il riscontro sui giornali udinesi non cattolici coevi rendeva intanto la vicenda di cui si trattava vieppiù interessante e stimolante, rafforzando in me la convinzione che in mezzo al copioso e spesso inutile materiale fornito da quella preziosa fonte storica che è la stampa (giornalismo di provincia compreso) sono talvolta seppellite piccole e circoscritte testimonianze che ci consentono di oltrepassare gli angusti confini della cronaca e di attingere la ricchezza di tante cosiddette “microstorie”, qualora le stesse vengano trattate con le dovute cautele e col proposito di individuare non curiosità e aneddoti (più o meno eruditamente raccolti), quanto spicchi del passato rappresentativi di una realtà più ampia, nei quali immergersi per provare a riviverli, per contestualizzarli con rigore scientifico e, al tempo stesso, con viva partecipazione umana; per inserirli, infine, in quei processi sociali e dell’esperienza umana che trapassano (senza lasciarli indietro, anzi: ridisegnandoli) uomini, tempi e luoghi specifici, con lo scopo di cogliere e trasmettere conoscenze che si ricolleghino agli strati profondi, permanenti e ricorrenti delle vicissitudini di questo mondo.
Un Consiglio comunale attaccato dai propri concittadini con l’epiteto di «assassino», un malcontento diffuso fra una folla di cittadini indignati, cartelli di protesta affissi ai muri, proclami divulgati in paese e una manifestazione che, seppure in modi non fisicamente violenti, si dirigeva, dopo la messa, dal piazzale della Madonna verso il municipio per contestare la nomina di un dottore ebreo quale medico-chirurgo condotto…
Da dove emergeva la figura di quel sanitario israelita di nome Ettore Sachs, fino a quel punto ignoto alle cronache, divenuto improvvisamente oggetto di tante attenzioni? perché gli interventi energici di sacerdoti, giornalisti, esponenti dell’amministrazione pubblica, forze dell’ordine e cittadini vari? perché tanta violenza verbale, una così accanita lotta, i ricorsi, le accuse incrociate? e perché, infine, il silenzio improvvisamente calato sulla vicenda dopo la prima, acuta fase di torbidi e di polemiche?
Vicissitudini come quella di Ettore Sachs, pur così compresse nel tempo e nello spazio, sono solo apparentemente marginali: già di per sé interessanti e stimolanti, vanno colte in modo non approssimativo e reclamano di essere inserite, per farsi apprezzare come meritano, in una cornice di più ampio respiro. Anche le storie brevi e cosiddette “minori” necessitano infatti di ritrovare, assieme al loro contesto più immediato, lo spessore ampio e le spanne lunghe di quella Grande storia di cui sono figlie. È in questo senso che mi sono proposto di lavorare.

Medici (ebrei) senza pace

E’ un vecchio gioco di società, rinfranca l’umore, aiuta la circolazione e distrae anche i più inveterati ipocondriaci. Prendersela coi medici è un rimedio che costa poco e può dare grandi soddisfazioni. Se poi lo mette in pratica uno scrittore di talento, produce anche ottima letteratura. Italo Svevo è forse l’autore italiano che ha praticato la iatrofobia con maggior successo. Per lui si trattava di una vera vocazione, e per di più ereditaria: «Mio padre odiava i medici quanto i becchini», annota Zeno nella Coscienza. Per Svevo i dottori avevano la grave colpa di voler eliminare il bene inestimabile della malattia: «Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello che essa ha di meglio?». Lo scrittore infieriva soprattutto contro le pretese della scienza positivista, mentre era più tollerante, e anzi quasi empatico, con i medici affabulatori. Nel novero dei ciarlieri innocui rientrava per esempio il filosofo e sessuologo austriaco Otto Weininger, «le cui teorie – sosteneva Svevo non guariscono mai, ma sono una comoda compagnia, quando si corre dietro alle donne». Il vero eroe dei medici abili nell’inventare miti rimase per il padre della psicanalisi: «Grande uomo quel nostro Freud, ma più peri romanzieri che per gli ammalati», scriveva a un amico nel 1927. Nella Trieste ebraica, da cui proveniva Svevo, i medici costituivano un gruppo numeroso, attivo e inquieto. Si trattava di una professione tradizionale tra gli ebrei, che prometteva prestigio, e rifletteva l’adesione a un ideale di progresso e inserimento sociale. Ma tra Otto e Novecento, quando Svevo maturava la propria vocazione letteraria, le speranze d’integrazione degli ebrei nella società maggioritaria si scontravano già con l’antisemitismo, che si andava diffondendo nell’impero austro-ungarico. Del resto, anche nel Friuli italiano, il vecchio antigiudaismo di matrice cattolica rialzava la testa. Un caso embiematico fu il boicottaggio di Ettore Sachs, in occasione della sua nomina a medico condotto: «A S. Daniele, il ghetto unitosi in connubio coi liberali affidò la condotta medica a un ebreo, contro la manifesta volontà della popolazione», si lamentava un notabile della destra cattolica, mentre la stampa conservatrice rincarava la dose, affermando che quattrocento famiglie cristiane si dovevano «pappare» un medico semita. Vecchi fantasmi di pregiudizi duri a morire ma anche un assaggio delle persecuzioni che sarebbero venute qualche decennio dopo. Un bel profilo di medico ebreo triestino, che unì passione laica, attività antifascista e lotta contro le leggi razziali è quello di Bruno Pincherle. Finito in carcere più volte durante il ventennio, attivo nella resistenza e, dopo la guerra, impegnato nella vita politica della città, Pincherle dichiarava di aver «sempre profondamente sentito la funzione sociale della sua professione». Nel 1939, in piena campagna antisemita ebbe il coraggio di portare un mazzo di garofani rossi sull’erma abbattuta di Italo Svevo, imbrattata dalla scritta: «Giudeo, il bronzo sia dato alla patria». Un medico capace di curare l’anima e la dignità, insomma, che sarebbe piaciuto anche a quell’inguaribile ipocondriaco di Svevo.

Giulio Busi, Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2009