Giornale nazionale: “Bisogna andare avanti esaltando le autonomie”

Ho letto con grande interesse in l’Unione informa di ieri la nota del Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna sull’ipotesi di un giornale nazionale ebraico. Ritengo che si tratti di una posizione importante, che consente di chiarire i contorni e gli obiettivi di un progetto tanto ambizioso. Un giornale nazionale, dunque, e non unico (cioè sostitutivo delle testate locali). Meno male! Il proliferare di organi di stampa è sempre stato una cartina di tornasole della fecondità del pensiero ebraico – persino nel Ghetto di Varsavia se ne stampavano a decine! – e rinunciarvi sarebbe parso incomprensibile. La stampa locale, i centri culturali, le associazioni, i circoli, le baatei che ospitano lezioni di Torà sono patrimoni straordinari e irrinunciabili per l’ebraismo italiano, esiguo numericamente, ma assai vivace. La nostra cultura è per tutti noi un’assicurazione sul futuro. Ed è anche – come rileva giustamente il Presidente Gattegna – una valvola decisiva di apertura verso il mondo esterno. Con essa ci facciamo conoscere, creiamo interesse per le nostre Comunità, riduciamo o eliminiamo i pregiudizi nostri. E per essere vincente occorre che rimanga plurale, diversificata, adatta alle esigenze molteplici degli ebrei italiani.

Per questa ragione vorrei sottolineare due aspetti: innanzitutto la responsabilità verso le Comunità più piccole. È giusto che l’Unione voglia coinvolgere attivamente tutte le realtà in un percorso di rilevanza nazionale, sviluppando sinergie tra attori con stazze varie ma ognuno portatore di esperienze irripetibili. In questo senso l’Unione dovrà investire con coraggio, e altrettanto dovranno fare le Comunità più numerose – Roma e Milano – dove questo sarà necessario. Se la sostenibilità di più periodici ebraici sarà difficoltosa, maggiore dovrà essere lo sforzo profuso nel reperire risorse, riordinare i Bilanci, far quadrare i conti, ognuno, e ogni Comunità, secondo le proprie possibilità. Ma con l’obiettivo di mantenere la ricchezza culturale che abbiamo, semmai di aumentarla, mai di comprimerla. In secondo luogo vorrei evidenziare un principio per me fondamentale: la razionalizzazione e l’ottimizzazione non si esprimono soltanto riducendo i costi. Se così fosse nel nostro paese dovremmo chiudere teatri, sale da concerto, gallerie d’arte, centri sociali. E nel nostro piccolo dovremmo attentamente riconsiderare la presenza e la distribuzione delle scuole ebraiche. Non si può ragionare, o almeno ragionare esclusivamente, su queste basi. Ottimizzare e riorganizzare vuol dire pensare alla qualità dell’offerta culturale, ampliarla, renderla più appetibile e dunque anche più conveniente. Senza lasciare nessuno indietro, con lungimiranza. Come in ogni famiglia ebraica – è questa la mia convinzione personale – sul futuro dei figli non si fa economia.

Tobia Zevi, Coordinatore del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma