Verso Pesach – Non dimentichiamoci di loro…
Siamo talmente presi dai preparativi per Pesach, che talvolta possiamo dimenticare l’essenziale. Senz’altro è molto importante preparare tutto perché la nostra casa sia pulita di ogni chametz, senz’altro è molto importante preparare tutto perché la nostra tavola sia pronta per il Seder, con le sue matzot, con i suoi quattro bicchieri di vino, con le Hagadot e così via.
Ebbene Rabbì Moshé Isserles (conosciuto come l’Haremà, 1525 ca.-1572) inizia le regole di Pesach con questa osservazione-mizvà: “È minhag (ndr consuetudine) comperare grani da dividere ai poveri per Pesach…” (Shulchan Aruch, art. 429:1) ed il Chafetz Chaim, nella sua Mishnà Berurà aggiunge: “Si tratta di un minhag antico del tempo della Ghemarà (Talmud) e questo si trova ricordato nel Talmud Jerushalmì… e nei nostri posti il minhag è di dare loro farina perché possano preparare le matzot e bisogna dare quanto hanno bisogno per tutti i giorni di Pesach e se si tratta di persone molto povere si deve pagare loro anche per la cottura delle matzot”. Oggi l’uso generale è di fare offerte in denaro per permettere alle persone bisognose di poter festeggiare Pesach come si deve (kimcha depischa).
Questi Chachamim vogliono dirci che non possiamo assolutamente mettere il nostro cuore in pace con l’invito fatto nella Haggadà a chi ha fame di venire a mangiare da noi; sappiamo bene che ai nostri giorni questo invito rimane molto spesso puramente teorico e sappiamo bene anche che molti sono i bisognosi di aiuto, famiglie che avrebbero piacere di stare assieme e non divise ognuno in un altro tavolo, sia pure ospitale; essi ci dicono che non possiamo sentirci degni di iniziare il nostro Seder se non abbiamo fatto quanto ci è possibile per aiutare chi ha bisogno, nella nostra Comunità prima di tutto, in Eretz Israel ed ovunque vi sia bisogno, a poter festeggiare almeno Pesach come persone libere.
Sono cose che sappiamo bene, che ci sembrano ovvie ma che forse proprio per questo rischiano di essere dimenticate e che allora è bene tenerle presenti fin dall’inizio.
Un posto particolare avrà nei nostri cuori anche il nostro chaial Zahal Ghilad Shalit: quanto vorremmo che persone che si dicono musulmani religiosi gli lasciassero pervenire almeno quanto necessario a fare un Seder in prigionia. Se in pratica non possiamo fare molto per lui, ricordiamolo almeno nelle nostre preghiere, teniamone vivo il ricordo. Anche questo è un modo di esprimere il nostro senso di solidarietà.
Alfredo Mordechai Rabello, giurista Università Ebraica di Gerusalemme