Un’olimpiade della pace in Italia Intervista ad Alessandro Schwed
Una piccola olimpiade della pace tra le comunità ebraiche e palestinesi d’Italia per combattere l’inerzia e il silenzio. E iniziare, tutti insieme, a costruire la pace in Medio Oriente. A lanciare la proposta è lo scrittore Alessandro Schwed (nell’immagine a fianco) che in un articolo sul Foglio chiama ebrei e palestinesi, maggioranza e opposizione, forze sociali e culturali a un’azione capace di scavalcare le divisioni tra le due comunità e di coinvolgere nel profondo l’opinione pubblica. La suggestione giunge nell’imminenza dei Giochi del Mediterraneo che a Pescara vedranno l’esclusione sia degli atleti israeliani sia di quelli palestinesi (“un’occasione persa”, dice Schwed). Ma travalica la dimensione dell’attualità per entrare nel vivo dei valori su cui poggia la pace: il senso dell’altro, l’azione quotidiana, la comprensione e l’accettazione reciproche. A partire dalla concreta esperienza della Comunità Ebraica di Firenze.
Alessandro Schwed, com’è nata l’idea dell’olimpiade di pace?
Il 18 marzo ero a Coverciano, a un incontro organizzato dall’associazione Italia Israele intitolato “Lo sport come ponte tra due popoli”. Tra i presenti vi erano Daniela Misul, presidente della Comunità ebraica di Firenze ed Izzedin Elzir, presidente della comunità islamica fiorentina, il presidente degli allenatori italiani Renzo Ulivieri e Valdo Spini, figura nobile della politica italiana. In quell’occasione sono circolate tante idee su possibili iniziative a favore della pace. Tornato a casa ci ho riflettuto sopra. Ero rimasto molto colpito dal rapporto cordiale e collaborativo tra la presidente Misul e il presidente Elzir: mi sono detto che si poteva partire da qui per lavorare insieme in direzione della pace.
Omero c’insegna che durante le Olimpiadi le armi tacciono.
Le gare tra i popoli sono una pausa risanatrice. Lo sport è infatti capace di riconsegnarci a una dimensione di profonda umanità. Quando guardiamo le Olimpiadi e vediamo gareggiare fianco a fianco un americano, un cinese e un cubano ci rendiamo conto che quei popoli non sono di per sé lontani, che a separarli è la politica. Se non ritroviamo questa misura non siamo in grado di capire che la pace è il senso dell’altro.
Ma qui l’ambizione va al di là di una pausa durante il conflitto.
La pace è fatta di minuziosi atti quotidiani ed è un vento che può travolgere l’inerzia. Un’olimpiade della pace che raccogliesse ebrei e palestinesi, con il sostegno di tutte le forze politiche, sociali e culturali del nostro Paese, avrebbe il senso di un’opera collettiva voluta da tutti.
Ma è davvero così grave l’esclusione d’Israele dai Giochi del Mediterraneo?
Per noi ebrei italiani ha un significato molto particolare perché ci riporta a una storia tremenda che in questo paese vide negati agli ebrei i diritti civili. E ancor più tremendo è il fatto che questa mancata partecipazione si verifichi di fatto in una sorta d’inerzia e indifferenza collettive, senza che si riesca ad andare al di là delle buone intenzioni.
Il ministro Frattini ha auspicato che Israele possa essere presente alla prossima edizione, fra quattro anni.
Dobbiamo fare uno sforzo per riempire di speranza questo tempo, da protagonisti. Dobbiamo rimetterci nella condizione di sperare e di sognare. Dobbiamo far vedere una qualità ebraica della pace uscendo dal nostro torpore.
Dove potrebbe svolgersi l’olimpiade della pace?
La immagino a Firenze, ad accendere i riflettori sulla cordialità che lega la comunità ebraica e la palestinese. Senza un valore spettacolare ma con un significato spirituale altissimo.
Quali saranno i prossimi passi?
Al momento non vi è alcuna iniziativa concreta in campo. Il mio è un piccolissimo mattone alla costruzione della pace. Spero davvero che le Comunità ebraiche italiane non lascino cadere l’idea.
Daniela Gross