I tre principi su cui il mondo poggia
Siamo giunti ai giorni dell’Omer e con loro alla lettura delle Massime dei Padri, o Pirké Avot, nei Shabbatot fra Pesach e Shavu’ot, come preparazione spirituale-morale al consesso davanti al monte Sinai per la promulgazione del Decalogo (ma’amad har Sinai).
Potranno essere interessanti alcune osservazioni di Robert Cover (1944-1986, professore di diritto alla Yale Law School), tratte dal suo Nomos and Narrative, Haravard Law Review, 1983; è fra l’altro caratteristico di Cover l’uso della tradizione giuridica ebraica messa accanto al diritto statunitense; il lettore italiano potrà apprezzare il pensiero di Robert Cover anche grazie alla traduzione italiana Nomos e Narrazione. Una concezione ebraica del diritto curata da M. Goldoni e pubblicata da Giappichelli (2008, pp. 27 ss.).
“Shim’òn il giusto soleva dire: “Su tre cose il mondo poggia: sulla Torà, sul lavoro (il servizio nel Santuario), sulle opere buone” (Avot 1,2). Il “mondo” di cui parla Shim’òn il giusto è, secondo Cover, il nomos, l’universo normativo (per Rav Zvi Yehuda Kook si tratta del mondo culturale: siamo vicini…). Tre secoli più tardi, oramai dopo la distruzione del Santuario di Jerushalaim, Rabban Shim’òn ben Gamliel userà dire che “sopra tre cose il mondo continua a esistere: giustizia, verità e pace” (Avot 1,18).
All’inizio della parte “Choshen Mishpat” del suo Bet Yosef, il monumentale commento al Tur, Rabbì Josef Caro ci dà questa interpretazione (riportata da Cover):
“Questo perchè Shim’òn il giusto scriveva nel contesto della sua generazione, quando il Tempio era ancora intatto, mentre Rabban Shim’òn ben Gamliel scriveva nel contesto della sua generazione, dopo la distruzione di Gerusalemme. Rabban Shim’òn ben Gamliel insegnava che anche se il Tempio non esisteva più, così come non vi erano più servizi di sacrifici, e anche se il fardello dell’esilio impediva di impegnarsi come si deve nello studio e insegnamento della Torà e nel compimento delle opere buone, nondimeno l’universo normativo continuava a esistere in virtù di queste tre cose giustizia, verità e pace che sono molto simili alle prime tre Torà, lavoro, opere buone. In effetti c’è differenza fra la (forza necessaria per la) preservazione di ciò che già esiste e la (forza necessaria per la) realizzazione iniziale di ciò che in precedenza non esisteva. Così in questo caso sarebbe stato impossibile creare il mondo sui tre principii di Rabban Shim’òn ben Gamliel. Ma dopo che il mondo è stato creato sui tre pilastri di Shim’òn il giusto esso può continuare a esistere sulle tre basi di Rabban Shim’òn ben Gamliel”.
Fino a qui parte delle osservazioni di Rabbì Yosef Caro, che hanno ispirato le osservazioni di Cover: “Il punto di vista sviluppato da Caro è qui rilevante. Le virtù universaliste che noi siamo giunti a identificare con il liberalismo moderno, i grandi principi del nostro diritto, sono forze essensialmente deboli di mantenimento del sistema. Esse sono virtù che si giustificano in base al bisogno di assicurare la coesistenza di mondi contraddistinti da forti significati normativi. I sistemi di vita normativa che queste virtù conservano sono i prodotti di forze potenti: modelli specifici di una cultura dal significato particolaristico. Queste forse potenti – per Caro la Torah, il culto e gli atti di generosità – creano i mondi normativi nei quali il diritto è anzitutto – e in maniera predominante – un sistema di significati piuttosto che un sistema di imposizione della forza. Il commento di Caro e le massime sulle quali si basa suggeriscono due ideal-tipi per la combinazione di un corpus…Il primo di questi modelli…quello creatore di un mondo…; il secondo modello ideal-tipico, la cui piena espressione si trova nella comunità civile, tende alla conservazione del mondo… Il mantenimento di un mondo non è un problema minore rispetto alla sua creazione e non richiede certo meno energia…”.
Come a dire l’insegnamento che sembra particolare, si fonda sul particolare per arrivare all’universale: il mondo. Nostro compito è cercare di conservarlo e di migliorarlo tenendo d’occhio le sue basi.
Alfredo Mordechai Rabello, giurista, Università Ebraica di Gerusalemme