Durban 2 – Diario. I temi che dovrebbero essere trattati

Nazanin era una ragazza di diciassette come tante altre. Viveva a Teheran con la sua famiglia curda quando, un giorno di sei anni fa, iniziò il suo incubo. Mentre passeggiava per compere con il nipote di quindici anni, fu assalita da un gruppo di malviventi che tentarono di rapire i due ragazzini. Nazanin si mise a urlare con tutte le sue forze, ma nessuno nei paraggi sentì i suoi lamenti. Gli assalitori reagirono però rabbiosamente e le tapparono la bocca minacciando di abusare di lei se avesse continuato. Lei non si fermò, anzi prese a urlare ancora più forte. Uno degli uomini, furioso, la buttò a terra, le salì addosso e iniziò a picchiarla. Nazanin, disperata, riuscì infine a tirare fuori dalla tasca un coltellino e colpì l’uomo al cuore: morì poco dopo.
A distanza di poche settimane, il tribunale esaminò il caso e, alla luce della shari’a, condannò Nazanin alla pena più grave: l’esecuzione. Né la legittima difesa, né la minore età della ragazza furono prese in considerazione come attenuanti.
È una delle storie raccontate nel corso della Conferenza contro il razzismo, la discriminazione e la persecuzione organizzato ieri da una ventina di sigle del mondo ebraico, in parallelo alla Conferenza ufficiale di Durban 2. A riportarla è Nazanin Afshin-Jam, attivista iraniana per i diritti delle donne e dei minori, che con la protagonista di quella storia condivide oltre all’origine anche il nome. È grazie al suo impegno personale che quella vicenda guadagnò poco per volta l’attenzione di Amnesty International, quindi quella dei media internazionali e infine fu sottoposta all’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, che richiamò l’Iran a mantenere i suoi obblighi internazionali, in conformità alla Convenzione internazionale per i diritti politici e civili. Dopo mesi e mesi di intensa campagna, il tribunale accettò infine di rivedere la sentenza: il nuovo processo si concluse – con tre voti favorevoli su cinque – con un verdetto d’assoluzione piena per la giovane. Il messaggio lanciato dalla Afshin-Jam è chiaro: ciascuno di noi, come individuo o come membro di un gruppo, con il proprio impegno può fare moltissimo per correggere l’andamento delle cose, e perfino per salvare vite umane, a maggior ragione nei Paesi democratici.
Ed è lo stesso messaggio che da quel palco viene lanciato pure da altri due protagonisti diretti di storie che hanno tragicamente segnato il mondo negli ultimi anni: Ahmed Diraige, ex governatore del Darfur e oggi direttore del “Darfur Peace and Development Center”, sfuggito al massacro in atto in quella regione, ed Esther Mujawayo, oggi sociologa e psicoterapista, sopravvissuta al terribile genocidio dei tutsi che quindici anni orsono insanguinò il Rwanda.
Sono queste le storie che dovrebbero essere al centro di una vera Conferenza internazionale contro le discriminazioni e per i diritti umani, ispirata ai valori più profondi alla base della Carta delle Nazioni Unite ed alla Dichiarazione universale ad essa annessa: né Durban 1, nè Durban 2, dunque, ma una nuova e radicalmente diversa “Ginevra 3” – è l’appello lanciato a gran voce dal palco dal filosofo francese Bernard-Henri Lévi, che infiamma il pubblico presente nella sala del teatro dove si tiene la Conferenza parallela. Il suo giudizio su Durban è tranchant: pagliacciata – né più né meno – un Consiglio per i diritti umani presieduto e manipolato da “campioni di tolleranza” come Iran, Cuba e Libia; pagliacciata, dunque, alla radice, questa Conferenza di Durban, così come il documento approvato nella sessione di martedì, un compromesso al ribasso che non affronta affatto le vere, grandi emergenze per i diritti umani nel mondo. “Sogno una Conferenza mondiale per i diritti umani – conclude Bernard-Heri Lévi – aperta da un ragazzo sfuggito alle persecuzioni dei signori della guerra congolesi, da un rifugiato del Darfur o da una sopravvissuta al genocidio rwandese”, e non – il riferimento è tanto chiaro quanto stridente – dal razzista per eccellenza che veste oggi i panni di presidente dell’Iran.

Simone Disegni