Moked primaverile 5769 – Dove va l’educazione ebraica
Al via il Moked primaverile per famiglie, organizzato dal Dipartimento educazione e cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che quest’anno torna a Milano Marittima, meta storica di molti raduni passati, dal 30 aprile al 3 maggio. Interessante e pieno di risvolti possibili l’argomento scelto quale tema di dibattito “Educazione ebraica: conosciamo la rotta?”, molti i relatori che si susseguiranno nelle varie sessioni, rappresentanti dei vari ambiti possibili rabbanim, insegnanti, psicologi, esperti del settore.
Rav Roberto Della Rocca perché un Moked sull’educazione
La prima cosa che ho fatto, quando ho assunto il mio incarico al Dipartimento educazione e cultura (DEC), è stata una conferenza sull’Educazione a Montecatini nel 2001. Questa conferenza segnò le linee programmatiche di quella che è tuttora l’attività del DEC, mi riferisco alla nascita del Centro pedagogico e dell’Ufficio giovani nazionale. Oggi, dopo otto anni mi sembra importante fare il punto della situazione e metterci in discussione su ciò che è stato fatto e su ciò che abbiamo intenzione di fare.
Educazione ebraica, scolastica e religiosa, quale delle due ritieni più importante per un ebreo
Oggi a differenza di tanti anni fa, soprattutto a differenza di tanti altri Paesi in cui gli ebrei vivono, godiamo di una grande libertà politica, un’integrazione culturale, un’agiatezza socio-economica. Tutto questo crea una maggior sollecitazione a interrogarci sulle nostre scelte che non sono più obbligate e dettate dalle circostanze contingenti, molto spesso avverse. I nostri giovani possono giocarsi il diritto alla diversità nell’uguaglianza.
L’interrogativo emergente è quello di capire e trasmettere quale è oggi questa diversità: seppure l’ebraismo resta sempre un bagaglio storico etico religioso non possiamo più permetterci di non approfondire la nostra Tradizione culturale nella quale il rispetto delle mitzvot (ndr regole religiose) non costituisce soltanto una adesione meramente religiosa, ma piuttosto l’elaborazione di paradigmi etici e comportamentali che caratterizzano la nostra esistenza e il nostro modo di pensare e di conseguenza la nostra modalità specifica di intervenire nella società in cui viviamo. Non ho mai creduto in una forma di dicotomia fra cultura educazione e religione come invece funziona in una logica occidentale, questo perché l’educazione ebraica piuttosto che una trasmissione teorica di nozioni e informazioni è un vissuto che attecchisce solo attraverso una condivisione esistenziale. Ed è per questo che bisogna aiutare i nostri giovani a crearsi una certa visione del mondo che riesca a leggere la realtà secondo i valori ebraici e non come avviene spesso, come un cannocchiale rovesciato attraverso l’ottica di quella che è la cultura dominante.
E se dovessi fare un raffronto fra educazione formale ed educazione informale?
Nell’educazione ebraica in questi ultimi anni ai modelli convenzionali tradizionali come le scuole di vario grado e forma e i corsi di Talmud-Torà delle Comunità sono cresciute progressivamente forme di educazione informale. Questo settore molto avanzato in Israele e nei Paesi anglosassoni è stato visto per molti anni dall’ebraismo italiano, in ragione di una visione eccessivamente istituzionalizzata, con una certa prudenza. Oggi la situazione sta cambiando grazie a numerose iniziative di successo, che vanno dai movimenti giovanili, all’Associazione donne ebree d’Italia, al Keren Kayemet leIsrael, ai lubavich etc., che con lodevoli iniziative aggregative hanno dimostrato di saper sensibilizzare, avvicinare e quindi educare centinaia di ebrei.
Che significa esattamente
Significa che oggi la cultura informale inizia a essere concepita anche in termini di investimento e non è più vista come una diminutio rispetto a forme classiche di educazione. A proposito di questo posso dire che attualmente si parla molto spesso, talvolta a sproposito, di ebrei invisibili che difficilmente sceglierebbero di frequentare una scuola ebraica, mentre è ipotizzabile che possano essere coinvolti in un week end rilassante, in una festa che contenga anche dei messaggi educativi. E’ soprattutto per questo che penso che questo tipo di cultura vada potenziata aprendo anche dei collegamenti con analoghe iniziative internazionali.
Cosa ti aspetti da questo Moked?
Mi aspetto che avvenga la stessa cosa che avvenne dopo il convegno di Montecatini del 2001 per l’educazione formale, ossia che si possa creare fra tutte quelle organizzazioni che in Italia si occupano di educazione informale la stessa rete operativa che, grazie al lavoro svolto dal Centro pedagogico, si è costituita fra tutte le scuole d’Italia, i loro operatori e dirigenti attraverso seminari, forum e convegni.
Lucilla Efrati