L’educazione ebraica tra azioni, domande e meraviglia
Si aprono con l’intervento di Jonathan Cohen, pedagogista e professore dell’Università di Gerusalemme, i lavori della seconda giornata del Moked di Milano Marittima, dedicato all’educazione nel mondo ebraico.
Tema quanto mai attuale, in coincidenza con un momento in cui tutta l’Italia si interroga sul troppo frequente fallimento della società nel trasmettere valori alle nuove generazioni, come si evince dall’editoriale di oggi del Corriere della Sera, “I nostri ragazzi senza maestri”, firmato da Isabella Bossi Fedrigotti, che segue ai sempre più numerosi episodi di violenza e abbrutimento morale, che hanno per protagonisti giovanissimi.
Quale può e deve essere la strada da percorrere per condurre i ragazzi sulla via dell’ebraismo, ma anche più genericamente per aiutarli a costruire e apprezzare la propria vita, perché non siano annoiati e scontenti, è appunto l’interrogativo da cui parte la riflessione del Professor Cohen.
“Noi maestri, professori, rabbini, siamo sempre concentrati sull’insegnamento delle mitzvot, dei precetti, di ciò che la Torà spiega.” sostiene Jonathan Cohen. “Il rapporto con D-o è fondamentale in ogni religione, e nell’ebraismo si stabilisce e rinnova ogni giorno attraverso le nostre azioni, l’osservanza delle mitzvòt. Esse rappresentano il modo in cui quotidianamente ringraziamo e cerchiamo di restituire a D-o, l’enorme dono che ci ha concesso, la vita. Le mitzvot, le tefillot (le preghiere), i precetti, gli insegnamenti dei Chachamim, costituiscono la nostra risposta ai grandi interrogativi su noi stessi e sul mondo, interrogativi che ogni ebreo dovrebbe porsi. Solo in quest’ottica, è possibile comprenderne pienamente il significato.
Per questo motivo, noi maestri sempre attenti a spiegare e ribadire queste risposte, non dobbiamo mai dimenticarci di assicurare che i nostri giovani si pongano queste domande. E purtroppo accade sempre più frequentemente che non accada, perché l’uomo moderno non sembra più capace di meravigliarsi. È diventato troppo sofisticato, troppo propenso a spiegare ogni cosa in maniera tecnica e razionale, come spiega splendidamente il rabbino e filosofo Abraham Joshua Heschel: “Fra le molte cose che la tradizione religiosa tiene in serbo per noi vi è un retaggio di meraviglia. La maniera più sicura per soffocare la nostra capacità di comprendere il significato di D-o e l’importanza del culto è quello di dare tutto per scontato. L’indifferenza al sublime miracolo della vita è l’origine prima del peccato” (God in Search of Man: A Philosophy of Judaism, Farrar, Straus and Giroux, New York 1955; pag. 62 Dio alla ricerca dell’uomo: una filosofia dell’Ebraismo, Borla, Torino 1971).
La meraviglia diventa quindi la chiave per apprezzare ogni piccola cosa, anche apparentemente banale.
“Pensiamo ad una berachà (benedizione) che tutti conoscono l’“amotzì lechem min haaretz”, prosegue Jonathan Cohen, Benedetto Tu Signore D-o nostro, Re del Mondo, che hai fatto uscire il pane dalla terra. È forse vero, scientifico, che il pane esca direttamente dalla terra? Ovviamente no, ma questo non significa che la Benedizione menta. Essa è poesia, questo cerco di spiegare ai bambini, ai ragazzi, poesia che vuole sottolineare il miracolo del pane che viene sulla nostra tavola. E quando nelle benedizioni del mattino ringraziamo il Signore di aver aperto gli occhi ai ciechi, potremmo domandarci perché non ringraziarlo solo di averci svegliati, perché ciechi veramente non lo eravamo. Ma anche questo rappresenta un miracolo, un grande dono, che in questo modo possiamo ricordarci di apprezzare.
Il cibo, la salute, il benessere economico, troppo spesso siamo abituati a dare per scontate queste cose, e tanto più tendono ad assumere questo atteggiamento i più giovani, che non hanno sperimentato situazioni in cui di tutto ciò erano privi. Per questa ragione diventa sempre più importante che noi maestri trasmettiamo alle nuove generazioni un messaggio, di amore, di meraviglia e di gratitudine per le piccole cose, e ricordiamo, prima ancora di insegnare le risposte, di ispirare le domande.”
Rossella Tercatin