Moked – “L’esperienza di Torino un laboratorio di interazione”
La scuola ebraica di Torino nasce nel 1938, per assicurare la prosecuzione degli studi ai ragazzi ebrei cacciati dopo la promulgazione delle leggi razziali.
Riaperta dopo la fine del conflitto mondiale, e dedicata al partigiano ebreo Emanuele Artom, oggi è l’unica fra le scuole ebraiche italiane ad avere una popolazione di studenti ebrei, provenienti da famiglie miste e non ebrei. Tra infanzia, primaria e secondaria sono iscritti un totale di 170 bambini, di cui a provenire da famiglie ebree o miste è circa il 40%. Come tiene a sottolineare la Vicedirettrice, Sonia Brunetti, (nella foto insieme al rav Benedetto Carucci Viterbi, al rav Gianfranco Di Segni e al Consigliere Ucei Victor Magiar) il successo di questo modello sta prima di tutto nel garantire una elevatissima qualità didattica, ma non solo questo.
Qual è la motivazione che spinge le famiglie verso una scelta di questo tipo?
Quando la scuola riaprì dopo la Seconda Guerra Mondiale, era frequentata, oltre che dai ragazzi ebrei, solo da alcuni studenti provenienti da famiglie valdesi.
Man mano che è cominciata ad essere ricercata un’educazione più laica e pluralista nel corso degli anni ’60, le richieste di frequentare la scuola sono aumentate. Paradossalmente, una scuola dichiaratamente ebraica era più atta a garantire questo tipo di valori rispetto alla scuola pubblica, in cui già solo ottenere l’esonero dall’ora di religione era davvero complicato.
La qualità della scuola unita a questa garanzia di laicità, rimangono le principali ragioni che spingono le famiglie non ebree a fare studiare da noi i loro figli. Poi naturalmente c’è anche chi la sceglie semplicemente perché è l’istituto più vicino a casa.
Il fatto che la maggior parte degli studenti non sia di religione ebraica non rischia di indebolire l’ebraicità della scuola?
La nostra scuola è un laboratorio, l’esperimento didattico è continuo, per conservare un equilibrio dinamico tra parti diverse, che non significa assimilazione. Mantenere una forte connotazione ebraica è la nostra principale preoccupazione. Se la popolazione studentesca è mista, la scuola è completamente ebraica. Il calendario che segue è quello ebraico, ci sono 4 ore di ebraico ed ebraismo alla settimana e anche i bambini non ebrei sono sempre molto partecipi e incuriositi. Non c’è nessuna differenza da questo punto di vista con le scuole ebraiche di Milano e Roma. Non è prevista l’ora di religione o di “religioni” diverse da quella ebraica, così come non sono celebrate le festività cristiane. Un momento invece solitamente riservato ai ragazzi ebrei è la lettura della Tefillà del mattino, che precede l’orario di inizio delle lezioni, anche se naturalmente è aperto anche a chi lo volesse tra gli studenti non ebrei. Ma dopo pranzo la Birchat Hamazòn (la benedizione del dopo pasto nda) si canta tutti insieme.
Le famiglie sono soddisfatte dell’offerta formativa della scuola?
Nella scuola l’importanza dello studio viene particolarmente valorizzato. Sappiamo che la qualità rappresenta la chiave per il nostro successo e cerchiamo di regolarci di conseguenza. Maestri e professori svolgono un lavoro straordinario.
La famiglie si aspettano molto da noi. La scuola è l’unica agenzia informativa della Comunità di Torino, perciò i genitori ebrei ci tengono che essa trasmetta i valori dell’ebraismo ai loro figli, facendoli crescere in un’atmosfera ebraica, mentre per le famiglie non ebree è particolarmente importante la possibilità per i loro bambini di imparare a conoscere e confrontarsi con una cultura diversa. I genitori ci offrono sempre una grandissima collaborazione. E il grande punto di forza della nostra scuola è appunto il porre l’educazione dei ragazzi sullo stesso piano dell’istruzione. La possibilità di confrontarsi con culture e mentalità diverse dalle proprie in un ambiente protetto. La centralità dei valori di democrazia, laicità e rispetto reciproco. Tutto questo rappresenta senz’altro il nostro valore aggiunto.
Negli ultimi anni si è assistito a un incremento dei problemi di antisemitismo, legati all’inasprimento del conflitto israelo-palestinese. Voi ne siete stati toccati?
All’interno della scuola per fortuna no. Soprattutto con i ragazzi più grandi, di seconda e terza media, i professori hanno potuto discutere questi temi con serenità.
Ci hanno talvolta chiamati, invece, da altre scuole per combattere il fenomeno dell’antisemitismo, sia con lavori sulla Shoà, sia per problemi più specifici. Ad esempio lo scorso anno la professoressa di una terza media in una scuola statale, ci chiese aiuto per fronteggiare il clima di antisemitismo e pregiudizio strisciante che percepiva nella propria classe. Siamo intervenuti con un percorso sui sessant’anni di Israele, svolto di concerto con i nostri ragazzi della stessa età, che ha coinvolto anche artisti sia israeliani che palestinesi. È stata un’esperienza importante.
Su questo frangente, così come su molti altri la nostra scuola ha sempre dato e continua a dare un importante contributo, sia alla città di Torino, che a tutto l’ebraismo italiano.
Rossella Tercatin