Moked primaverile 5769 – Un bilancio della convention degli ebrei italiani

Si è concluso da qualche giorno il Moked primaverile 5769 svoltosi a Milano Marittima dal 30 aprile al 3 maggio e sembra opportuno fare qualche bilancio sugli interrogativi emersi, quali sono state in conclusione, le considerazioni riassuntive di questo Moked sull’educazione ebraica?
Il primo grande problema emerso riguarda la definizione del concetto di educazione: cosa significa, educare? E che cosa vuol dire educare alla Torà? A porre quest’interrogativo al pubblico intervenuto in sala è il neuropsichiatra Gavriel Levi, affermando che quello a cui l’ebreo dovrebbe tendere è l’educazione alla zedakà e alla ghemilut hasadim (l’obbligo a dare una propria percentuale di guadagno a chi è più povero e la disponibilità a fare ‘generiche opere di bene’ verso il prossimo), due valori etico-sociali che costituiscono una legge positiva e che risultano incompatibili anche con quell’osservanza minuziosa che però naviga, in modo contraddittorio, in mezzo alle logiche consumistiche della nostra società. Una vita al di fuori di questi due valori non può voler dire, afferma il professor Levi, “vivere nella Torà”.
Sulla stessa linea si pone il pedagogista israeliano Jonathan Cohen, nel mostrare come l’Haggadà, attraverso le storie delle difficoltà, dei sentimenti e delle relazioni che legano i personaggi che vi sono raccontati, indichi molto più chiaramente delle semplici halachot (i precetti) le strade educative. In particolare Cohen si sofferma sulla necessità di accogliere il “forestiero”, come colui che porta la sua esperienza di vita concreta per illuminare di significati nuovi le parole di uno studio, che costretto spesso tra quattro mura, perde il suo rapporto con la realtà. Un tentativo di comprendere di nuovo cosa sia il “dentro” e il “fuori”, l’ideale e il reale: tutte questioni che si mettono in gioco proprio nel rapporto con l’altro, in particolare tra maestro e allievo, tra due compagni di studio, tra genitori e figli.
Confrontarsi con la vita concreta e reale implica la necessità di un incontro tra linguaggi diversi, che tessuti insieme aiutano a comprendere quanti risvolti possano esserci nel vivere una vita ebraica. Questo è uno dei messaggi che il Rav Mino Bahbout, commentando la Parashà della settimana, tenta di esprimere proprio durante il mezhè, il tradizionale aperitivo che gli ebrei di Tripoli consumano prima del vero e proprio pranzo del sabato e che contraddistingue fortemente questo giorno.
Proprio durante lo Shabbat, attraverso le lezioni di alcuni dei rabbini intervenuti, sono emerse le linee guida su cui basare un approfondito ragionamento sull’educazione ebraica. L’ingresso di decine e decine di giovani nella sala adibita a tempio, per la Tefillà del venerdì sera, ha segnato la prima finalità del progetto educativo: la trasmissione alle nuove generazioni, un compito che rappresenta sempre una sfida e che si declina diversamente in ogni tempo.
Chi è quindi colui che educa?
Rav Shmuel Rodal, Rav Roberto Colombo e Rav Roberto Della Rocca sono d’accordo su un punto: l’educatore è colui che “inaugura” e prepara il giovane, ma anche l’adulto, a costruirsi, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà e smarrimento. Solo colui che è capace di cogliere e valorizzare quegli aspetti che faranno da perno nella “costruzione” di una persona rimanendo nel tempo, può dirsi un educatore.
Il percorso, insiste Rav Della Rocca, è però difficile e si esprime bene nella storia tortuosa del popolo ebraico: un’educazione non è mai avulsa dalla vita pratica e concreta ed è questa che fa la differenza. Per questo motivo, riconoscere quale essa sia non è facile. Chi insegna dovrebbe sempre chiedersi dove portino le proprie parole, se esse possano essere devianti, manipolate magari da altre priorità o debolezze personali, così da “portare in esilio” anche i propri allievi. L’esilio infatti rappresenta proprio questo allontanamento, luogo e tempo che contemporaneamente, però, diventa anche lo spazio in cui cercare e trovare nuovi punti di riferimento. Qui, sembra, sta il compito della relazione, ricca e complessa, tra maestro e allievo, tra genitore e figlio e tra compagni di gioco e di studio.

Ilana Bahbout