L’animo ebraico e la società multietnica
Fanno ormai parte della nostra quotidianità le immagini delle centinaia e migliaia di immigrati che su imbarcazioni pericolanti tentano di attraversare il Mediterraneo. Le sorti, come sempre, sono diverse: molti – non sappiamo quanti- annegano prima di arrivare, gli altri vengono intercettati o riescono addirittura ad approdare. Se hanno ancora fortuna vengono smistati nei campi appositi. Negli ultimi giorni si è aggiunto il caso dei “respinti”: quelli a cui l’asilo è stato negato a priori, senza sapere se ne avessero diritto. Sono stati semplicemente rispediti da dove erano venuti. Le immagini contribuiscono a rendere disumana questa umanità alla deriva: negri assiepati, ammucchiati, concentrati, massa anonima e indistinta, oscura e minacciosa. Non risuona mai un nome; e raramente si viene a conoscere una storia. Loro stessi non hanno la possibilità di raccontarsi. Il che li rende ai nostri occhi estranei, fuori luogo, stranieri. E la gretta, terribile convinzione che ogni straniero sia un nemico giace nascosta e latente in ogni animo.
Non dovrebbe essere così per l’animo ebraico. “Non angustiare lo straniero, voi ben conoscete l’animo dello straniero, poiché stranieri siete stati nella terra d’Egitto” (Es 23, 9). Sebbene per molti popoli antichi, a cominciare dai greci, l’ospitalità sia sacra, difficilmente si troverà una comunità aperta come Israele, una legislazione che tiene
già conto di una società multietnica e prevede le strategie necessarie per l’accoglienza. Lo testimonia il verbo gur che significa “soggiornare come straniero” in un luogo diverso da quello di origine o di appartenenza, per libera scelta o per costrizione, autorizzati o no.
Nel verbo è contenuta l’esperienza originaria del popolo ebraico che è stato gher, “straniero residente”. In questa parola non risuona dunque una accezione negativa. È scontato perciò il diritto dello straniero, anzitutto il suo inserimento nella comunità. Avvicinato alla vedova e all’orfano, fa parte delle persone socialmente deboli che richiedono una particolare protezione. Perché è alto il rischio che venga oppresso, usato, sfruttato, e questo è “contro il diritto” (Ez 22, 29). Così si ingiunge di “non defraudare il salariato povero e misero, sia tuo fratello o forestiero”, piuttosto “nel giorno stesso gli darai il suo salario, prima che tramonti il sole” (Dt 24, 14-15). La protezione giunge ad aprirgli perfino le città-rifugio, dove può riparare chi abbia commesso un delitto involontariamente (Nm 35, 15) .
Ai precetti legislativi si connette una ingiunzione etica: “lo straniero che dimora con voi deve essere per voi uguale a un vostro indigeno, ed amerai per lui quel che ami per te” (Lv 19, 34). Il che è possibile perché l’estraneità è una condizione comune – mia e tua. È la condizione di tutti davanti a D-o: “siamo stranieri davanti a Te, e pellegrini” (1 Cr 29, 14). E siamo anzi stranieri a noi stessi. Nella parola akher/altro, le prime due lettere formano akh/fratello; lo straniero è l’altro, l’altra parte di me, me come altro.
Donatella Di Cesare, filosofa