Esperienza ebraica e comune senso del pregiudizio

Il nostro Paese sta attraversando un momento difficile da molti punti di vista. Una questione fondamentale, che ha assunto un rilievo sempre più drammatico, è quella della convivenza con gli stranieri, “extracomunitari” anche quando magari provengono da paesi Ue, chiamati clandestini anche se regolari. Gli sbarchi quotidiani sulle coste siciliane contribuiscono a mantenere elevata l’attenzione sul problema, così come le parole del Presidente del Consiglio Berlusconi che non più tardi di pochi giorni fa ha rigettato con forza il modello di Italia multietnica che l’accettare un numero eccessivo di migranti porterebbe con sé.
Il tema della tutela e della convivenza con le minoranze non può essere relegato nel dimenticatoio dagli ebrei italiani, che ben sanno cosa significhi essere considerati una presenza scomoda, se non sgradita.
Per questo motivo il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) organizza oggi, mercoledì 13 maggio, presso l’Istituto dei Ciechi di Milano, una Tavola rotonda su “Il comune senso del pregiudizio… I pregiudizi di ieri e quelli di oggi, le ricerche in corso, gli atteggiamenti nella società, le buone pratiche…” in cui interverranno Gad Lerner, Renato Mannheimer, Milena Santerini, Gian Antonio Stella, Tommaso Vitale (nella foto in alto).
Parliamo con Tommaso Vitale, sociologo dell’Università di Milano Bicocca, nonché autore del libro Politiche Possibili. Abitare le città con i rom e i sinti (Carocci Editore 2009).
Professore, quale è oggi la situazione dei rom in Italia?
L’attitudine degli italiani verso i rom è molto negativa, da sondaggi solo il 6% della popolazione dichiara di avere simpatia per loro e solo il 30% ritiene che la convivenza con i rom sia possibile.
Chi sono le persone che in Italia manifestano maggiore simpatia verso rom e sinti?
Questo piccolissimo gruppo di gadjés (persone non di etnia rom) che manifestano una precisa simpatia nei confronti degli zingari ha alcune caratteristiche che possono essere fatte notare. Sappiamo che il pregiudizio non può essere spiegato interamente partendo dalla struttura e dalle dinamiche della personalità. Sono importanti anche fattori geografici, storici e culturali. Essendo così esigua la percentuale di persone con sentimenti di simpatia in Italia, possiamo al più mostrare le catégorie in cui questo sentimento positivo è un poco più diffuso: sono i più giovani e i cinquantenni, che hanno vissuto il ciclo di protesta operaia e studentesca del ’68-77 e, soprattutto, conservano la memoria di una fase in cui le relazioni locali con i gruppi zigani erano anche positive e segnate da scambi e complementarietà economiche. Poi non manifestano particolare antipatia per i rom coloro i quali hanno un diploma di scuola superiore, ma certamente non i laureati: la simpatia aumenta fino al diploma delle superiori e poi diminuisce drasticamente.
Qual è oggi il problema principale, che sottosta all’ostilità così marcata nei confronti di questi gruppi?
Credo il problema principale sia la perdita della memoria storica dell’iscrizione di rom e sinti nella storia di lungo periodo delle società urbane e rurali del nostro Paese.
La gestione del “problema nomadi” è emersa in molte città prima del Nord e poi del Centro Italia a cavallo fra gli anni ’70 e gli anni ’80, in assenza di un quadro regolativo comune di coordinamento a livello nazionale. La scelta è stata quella di attrezzare delle aree di sosta in luoghi periferici, marginali e invisibili delle città e di fare confluire e coabitare gruppi itineranti e gruppi stanziali: è stata l’invenzione, solo italiana, del “campo nomadi”. Nel corso degli anni questi luoghi segregati sono andati a costituire una trappola per molti gruppi, da cui solo pochi sono riusciti a uscire. Luoghi visti con ostilità, hanno contribuito a costruire un’immagine caricaturale dei gruppi zigani, e a costruire lo stereotipo dell’eterno straniero, ri-attivando l’immaginario del XVIII secolo. Negli anni ’90 i campi sono diventati uno strumento di politiche locali usato anche nei confronti di gruppi zigani di nuova immigrazione, che scappavano dalle guerre balcaniche. Molte città si sono limitate a politiche locali scarne e controproducenti, basate sul connubio fra “campo nomadi & sgomberi ciclici”, in cui la scelta di costituire grandi campi segregati ha spinto verso la moltiplicazione degli sgomberi forzati.
In questo processo, i meccanismi appena descritti hanno fatto sì che si perdesse, quantomeno fra le generazioni più giovani, la consapevolezza del fatto che la maggior parte dei gruppi zigani sono italiani e la memoria delle diverse forme del loro radicamento locale. Si è dimenticato come essi facciano parte della storia delle società urbane e rurali italiane.

Rossella Tercatin