Torino e i libri – Gilles Kepel. Prove di dialogo fra Occidente e Islam

A quasi otto anni di distanza dagli attacchi che segnarono la dichiarazione di guerra del fondamentalismo islamico all’America, Ground Zero appare ancora come un immenso cantiere a cielo aperto, un brulicare senza sosta di gru, ruspe e operai indaffarati. Del faraonico progetto di ricostruzione dell’area potrebbe non vedersi il risultato – stando alle ultime indiscrezioni – per un altro intero decennio. Ma l’era dello scontro frontale Bush-Bin Laden ha lasciato in eredità al mondo un paesaggio ancor più desolante, sebbene su un altro piano: si tratta del quadro dei rapporti fra l’Occidente ed il mondo musulmano. È questo il tema centrale dell’ultimo lavoro dell’islamologo francese Gilles Kepel, Oltre il terrore e il martirio (Feltrinelli), presentato alla Fiera del Libro di Torino. Dopo quell’11 settembre – riassume lo studioso – il mondo intero è stato dominato, per non dire fatto ostaggio, da due grandi discorsi pubblici impegnati in una lotta mortale l’uno contro l’altro: da un lato la chiamata alle armi lanciata da Al Qaeda per annientare il “Grande Satana” occidentale tramite la jihad; dall’altro l’altrettanto inflessibile guerra al terrorismo intrapresa dall’amministrazione Bush per rispondere a tale minaccia. Ambedue queste strategie, soprattutto sull’importantissimo piano della comunicazione, sono andate incontro a un clamoroso fallimento, anche se per ragioni diverse. Non ha certamente centrato l’obiettivo Al Qaeda, nel suo tentativo di radicalizzare le masse musulmane sotto le insegne del Profeta e tramite il ricorso programmatico alla violenza suicida, e questo fiasco si è determinato con chiarezza nel momento in cui la jihad contro il nemico comune esterno ha lasciato spazio gradualmente – a cominciare naturalmente dall’Iraq – alla fitna, cioè alla deleteria guerra intestina all’Islam. Ma ha perso la propria battaglia volta anch’essa a conquistare “i cuori e le menti” delle masse musulmane, oltre che di quelle occidentali, pure l’America di Bush. Quella strategia politica e comunicativa che si proponeva di diffondere il primato del diritto e l’istituto della democrazia in tutto il Medio Oriente s’è arenata rumorosamente contro lo scoglio di Guantanamo prima, e di Abu Ghraib poi, fino a ritorcersi contro l’immagine della Casa Bianca agli occhi degli stessi elettori americani.
Chiusa l’era Bush e scomparso Bin Laden (se non fisicamente, senza dubbio a livello politico e mediatico), il quadro d’insieme risulta dunque quello di un “day after” disastroso. Come riprendere allora, in questo contesto, i fili di un dialogo fra Islam e Occidente quanto mai necessario in una fase tanto incerta nell’evoluzione del sistema internazionale? La mente non può non correre oggi all’impatto straordinario che anche in questa chiave potrebbe esercitare il nuovo Presidente americano, sia con la storia di positiva contaminazione culturale che è racchiusa nel suo nome e nel suo volto, sia tramite la sfida ambiziosa rappresentata dal tentativo di dialogo diretto intavolato con l’Iran. Quest’ultima tuttavia – riconosce Kepel – è una scommessa difficilissima e ad alto rischio. La vera molla per rilanciare la cooperazione fra il mondo islamico e quello occidentale (con tutte le imperfezioni di queste due definizioni) potrebbe arrivare invece – sempre secondo lo studioso – dall’Europa: quel continente che ha vissuto sulla propria pelle negli ultimi anni attentati micidiali, come quelli di Londra e Madrid, o pericolosi segni d’instabilità sociale, come nel caso delle rivolte nelle periferie delle città francesi, ma anche quell’insieme di società in cui una maggioranza di milioni e milioni di musulmani risultano ormai ben integrati. Proprio l’Europa, dunque, potrebbe proporsi come laboratorio di dialogo interculturale. Resta da capire quanto nell’analisi di Kepel pesi la riflessione razionale, e quanto invece un pur lodevole ottimismo della volontà.

Simone Disegni