Torino e i libri – Arrigo Levi “Un paese non basta”
“Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri in terra d’Egitto”. E’ questo – nella testimonianza di Arrigo Levi – l’insegnamento biblico più alto ed irrinunciabile che s’affianca idealmente ai due grandi precetti dell’amore verso Dio e verso il prossimo. In un tempo in cui spettri pericolosi di chiusura ed intolleranza verso l’altro sembrano riapparire minacciosi, questo grande maestro del giornalismo italiano raccoglie nel suo ultimo libro “Un paese non basta” le memorie di una vita vissuta “dentro” tutti i grandi eventi che hanno segnato la storia dell’ultimo secolo ma anche da cittadino di una varietà di città e nazioni del mondo.
In una gremita Sala Rossa del Lingotto viene presentata all’affezionato pubblico torinese l’autobiografia di Arrigo Levi edita dal Mulino. Di fianco all’autore siedono il collega Gad Lerner, il neodirettore della Stampa Mario Calabresi e Piero Fassino. È insieme a questi tre amici che Levi ripercorre davanti a una platea quanto mai partecipe la storia di una vita avventurosa, anche se non sempre per scelta: il ricordo corre dunque dall’infanzia e dai primi anni della formazione passati a Modena, in una famiglia di solida tradizione ebraica seppur laica, all’esilio forzato in Argentina per sfuggire alle persecuzioni razziste in atto nel nostro Paese, fino agli anni in cui combatté per la difesa del neonato Stato d’Israele nel 1948. Ma le “patrie” che Levi rivendica con orgoglio non si esauriscono qui: Mosca e Londra, per esempio, sono città in cui l’autore ha vissuto altri anni intensi di lavoro e che egli sente sue fino in fondo. Nell’elenco non manca Torino, città di cui Levi diresse il giornale per oltre cinque anni, e di cui conserva un felice ricordo. Non suona ruffiana la dichiarazione del particolare legame che ha con la città sabauda, né di circostanza il ricordo di Suni Agnelli, scomparsa la sera precedente. Rievoca perfino le “audaci” corse in macchina dell’Avvocato su per le strade della collina, disegnando un nostalgico sorriso sulle facce degli ascoltatori.
La lezione di questo “grande saggio italiano”, oggi consigliere del Presidente della Repubblica (carica per la quale si propone di astenersi dal parlare di politica nazionale, salvo poi cadere in qualche tranello/tentazione di Gad Lerner), si riassume insomma nell’elogio della molteplicità di radici culturali e appartenenze nazionali. Il mondo è troppo grande e troppo ricco per essere solo italiani, “un paese non basta”. Tale pluralità d’identità – s’insiste – non si configura certo come una diminutio del significato di cittadinanza, ma anzi come un arricchimento dell’individuo e del cittadino. È una concezione tipicamente fascista quella della fedeltà ad una sola patria, e più in generale di tutti quei filoni politici che si fondano su gretti ed esclusivi nazionalismi. È stupido non riconoscere il fondamentale apporto delle contaminazioni nello sviluppo di una cultura, e rifiutarle in nome di una quanto mai astratta purezza.
Manuel Disegni – Simone Disegni