Qui Trieste – La diversità umana, tra biologia, narrazione e storia

Il colore della pelle, la religione, l’appartenenza nazionale o l’orientamento sessuale. La logica del pregiudizio e dei razzismi si nutre di una costellazione di stereotipi, spesso cristallizzati da secoli, che alimentano intolleranza e odi. Ma cosa distingue gli esseri umani tra loro? Cosa origina le differenze che li separano? Le diversità sono un dato immodificabile di natura o il frutto reversibile di circostanze legate all’ambiente, alla storia, alla cultura su cui si può intervenire in modo efficace attraverso gli strumenti dell’educazione e della riflessione? Alla diversità umana e ai mille stereotipi che la circoscrivono è dedicato un importante convegno che da oggi vede riuniti a Trieste neuroscienziati, genetisti, tra cui Luca Luigi Cavalli Sforza della Stanford university, storici, narratori ed esperti di letteratura.
L’incontro, organizzato dal Dipartimento di storia e storia dell’arte dell’ateneo triestino e dalla Scuola dottorale in scienze umanistiche in collaborazione con la Sissa – Scuola superiore di studi avanzati con il supporto della della Fondazione Kathleen Foreman Casali, si propone infatti di affrontare il tema delle differenze in una marcata ottica interdisciplinare.
“Vogliamo considerare gli stereotipi della diversità – spiega Giacomo Todeschini, direttore del Dipartimento di storia e storia dell’arte – sia sul fronte della realtà biologica, e dunque alla luce delle ultime acquisizioni nel campo delle neuroscienze e della genetica sia sul versante della storia e della letteratura”. “In altre parole – continua – vorremmo riuscire a capire in che modo il cervello percepisce la diversità umana, se vi sono delle differenze genetiche tra l’una e l’altra popolazione o se siamo tutti una grande famiglia e quali sono infine i meccanismi che costruiscono lo stereotipo per poi veicolarlo e diffonderlo attraverso la narrazione”.
Parlare di razzismi e diversità mettendo insieme umanisti e scienziati è un’idea piuttosto originale.
E’ senz’altro un approccio nuovo. A dare spunto a quest’iniziativa è la pubblicazione del primo volume Terra e popoli nell’opera edita da Utet dedicata alla Storia della cultura italiana diretta da Luca Cavalli Sforza, uno dei maggiori genetisti del mondo, che partecipa al nostro incontro. Un contributo importante è venuto poi dalla Scuola dottorale in scienze umanistiche diretta da Guido Abbattista che al tema delle diversità ha dedicato quest’anno una serie di approfondimenti. Con questo convegno vorremmo infatti lanciare un messaggio alla comunità scientifica perché discipline diverse imparino a lavorare insieme allo smontaggio degli stereotipi.
Il razzismo di solito viene invece trattato in ottica storica o etica.
La realtà ci dimostra che il tentativo di educare in chiave democratica e antirazzista non ha avuto successo. Su questo argomento i discorsi sono stati finora molto frammentati, umanisti e scienziati hanno detto la loro ciascuno per conto suo. Ma si può produrre educazione solo a partire da una riflessione più complessiva. Altrimenti si rischia di predicare a vuoto.
E’ un tentativo di mobilitare gli scienziati contro i razzismi?
Senz’altro. Siamo convinti che da questo punto di vista il clima sia ormai inquietante. Gli atteggiamenti razzisti si esprimono in un linguaggio sempre più pervasivo mentre meccanismi antichi di discriminazione rischiano di trovare forme specificatamente giuridiche. E’ un momento di emergenza in cui vediamo riaffacciarsi antichi fantasmi accompagnati da un’ignoranza che viene diffusa e coltivata così favorire un clima di oblio.
Eppure mai come in questi anni si è parlato di lotta al razzismo e di Shoah.
Il ricordo della Shoah, come sottolineato anche dalla storica Annette Wieviorka, è un meccanismo di santificazione. Ciò è funzionale alla legalizzazione di attività discriminatorie nei confronti di altri: in modo paradossale il discorso è utilizzato per sdoganare nuovi discorsi e stereotipi profondamente intrisi di razzismo.