Noterelle – Stolti paragoni

Qualche settimana fa giocando con il telecomando mi è capitato di vedere la stella gialla cucita sul vestito di Emma Bonino, mentre Monica Guerritore, con solennità grave, stava recitando, pensai, un brano del diario di Anna Frank . Invece erano passi delle lettere sul “ciarpame” di Veronica Lario. Quando i politici o i giornalisti televisivi si servono della storia, stupisce sempre la loro assenza di umiltà. “Ho parlato da stolto (Insipienter locutus sum)”, insegna Pier Vincenzo Mengaldo, un grande italianista, che si è saggiamente appoggiato a Giobbe (42, 3) prima di affrontare il tema dello sterminio: “Sono cose troppo alte e non le capisco” (et quae ultra modum excederent scientiam meam).

Sia chiaro. L’uso del giallo come colore dell’afflizione non l’hanno inventato Pannella o la Bonino. Ne siamo afflitti dall’inizio degli anni Novanta. Se ne era servito, in modo più soft, chi a suo tempo aveva manifestato per difendere l’innocenza di Adriano Sofri. Stesso discorso va fatto per le comparazioni riguardanti le leggi razziste. Era già “razziale” la Bossi-Fini. I paragoni storici sono sempre rischiosi, soprattutto quando a servirsene sono i politici o gli storici politicizzati. Raccogliendo i suoi ricordi sulla scuola italiana, Carlo Dionisotti non nascondeva il timore che quelle sue pagine risentissero dei “crucci provocati dagli eventi”. Sia fra chi sostiene che siamo ormai in pieno 1938, sia in chi lo nega, ben altri, temo, siano i crucci.

Non da oggi, gli ebrei sono considerati, in Italia più che altrove, il termometro delle sofferenze umane. Ricordo che a suo tempo il governo Prodi, insieme a giudici e militari, volle una presenza ebraica nella commissione che avrebbe dovuto giudicare le efferatezze dei nostri soldati in missione in Somalia. E’ l’idea di ebraismo dolente, che andrebbe capovolta, soprattutto quando si affrontano i problemi dell’immigrazione. Possiamo essere un esempio da imitare, non solo da compiangere. La storia degli ebrei italiani e la storia dell’emigrazione clandestina hanno un denominatore comune, che non è il Manifesto della razza, ma il modo attraverso cui gli ebrei, nel corso dei secoli hanno cessato di essere “clandestini”, “stranieri” e sono diventati cittadini. Proprio la Padania ebraica è il luogo che dovrebbe insegnare come sia tortuosa, ma attuabile l’integrazione. Mezzo millennio circa di coabitazione, in Piemonte, senza respingimenti.

Alberto Cavaglion