Laicità significa libertà e dignità per tutti

La gustosa noterella di Alberto Cavaglion pubblicata ieri, con tanto di aneddoto crociano, nel riproporre opportunamente l’irrisolta questione, per certi versi ultimamente aggravatasi ulteriormente, dell’insegnamento nella scuola pubblica della sola religione cattolica, a carico però dei contribuenti tutti (credenti vari o non credenti che siano), mi costringe a insorgere, peraltro ben volentieri, da liberale senza prefissi o suffissi per puntualizzare la visione liberale di una società aperta, quindi laica, ma non per questo in contrasto con la pratica di una religione oppure laicista nel senso di antireligiosa.

E’ infatti proprio di una vera società laica assicurare la libertà di tutti nel rispetto tra tutti, pur rimanendo essa imparziale tra le parti e, proprio per questo, avendo quindi la capacità di essere garante per ciascuno, mentre è laico l’individuo che, qualora anche credente e praticante, riconosce semplicemente di non dover cercare di imporre la propria visione e le proprie regole agli altri, ovviamente tutelato contestualmente egli stesso nel diritto a rispettare le proprie scelte e le proprie modalità di vita.

Il problema è che la laicità delle istituzioni è purtroppo sempre più compromessa in questo Paese e la scuola pubblica ne è solo un esempio.

Eppure sarebbe assai semplice ovviare alla questione scolastica prevedendo semplicemente che a tutti venissero applicate le norme che, ad esempio, sono previste al riguardo nella nostra Intesa e che marcano la disparità in atto non solo nei nostri confronti: noi possiamo accedere a nostre spese nella scuola pubblica, mentre gli insegnanti di religione cattolica sono a carico del pubblico bilancio (situazione che si ripropone in numerose diverse situazioni, a esempio quelle dei cappellani militari, carcerari, ospedalieri).

Unire ciò a una reale alternativa all’ora di religione darebbe una soluzione rispettosa del concetto di società aperta, pur non disdegnando, per quanto mi riguarda, anche la radicale alternativa secondo la quale in un Paese libero non è certo l’istruzione pubblica a doversi preoccupare dell’educazione religiosa degli alunni, non mancando la possibilità di accedere alle singole e varie istituzioni religiose liberamente operanti.

L’aneddoto centra però il problema italiano, ovvero che spesso anche da parte di chi dovrebbe essere maggiormente predisposto a una visione da società aperta, si preferisce non smuovere le acque, magari anche in virtù del sempre presente concetto del “tengo famiglia”.

Sono testimone della risposta che l’allora ministro della Difesa Spadolini dette a noi giovani liberali (di quei tempi) che richiedevamo l’istituzione di cappellani militari anche per le fedi diverse da quella cattolica: “Già abbiamo abbastanza cappellani cattolici, ci mancherebbe di averne anche di altre religioni…”. Ma non per questo mise mano alla questione abrogando del tutto la figura del cappellano militare e risolvendo così il problema.

Gadi Polacco, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane