Torino e i libri – Egitto-Israele, la pace fredda raccontata da un grande testimone

Trent’anni di pace fredda, quattro millenni di di storia. Un intervento dell’ex ambasciatore di Gerusalemme al Cairo Zvi Mazel, organizzato in collaborazione con l’Associazione Italia Israele, ha costituito una delle occasioni di maggiore interesse nel quadro della recente Fiera del Libro di Torino per comprendere dal racconto di un testimone d’eccezione il Paese arabo che era ospite d’onore alla manifestazione culturale.
Mazel ha spiegato che, nonostante la pace tra i due paesi sia stata raggiunta da trenta anni, le relazioni tra i due popoli sono iniziate circa 4000 anni fa. Nell’antichità accadeva spesso che popolazioni colpite dalla siccità migrassero in Egitto, dove i terreni erano più fertili (quanto è cambiata la morfologia del territorio!). Abramo, Giuseppe, Giacobbe sono solo alcuni degli ebrei che emigrarono in Eretz Mizraim. Fu Mosè che spinse la popolazione ebraica, compattatasi durante la schiavitù, a emigrare nella “Terra Promessa”.
Sotto la presidenza di Nasser la numerosa comunità ebraica egiziana, circa 80.000 persone, fu scacciata ed oggi restano solamente 100 ebrei in tutto il paese. Nonostante ciò la pace tra Israele ed Egitto è l’unico accordo politico stabile del Medio Oriente, capace di resistere ai problemi sociali ed economici della regione, al terrorismo, al fanatismo religioso, all’Iran.
Qual’è stata la svolta nelle relazioni tra i due Paesi? Mazel indica nella lungimiranza e nel coraggio di Sadat l’elemento chiave. Sadat, mettendosi contro la totalità del mondo arabo, comprese che l’Unione Sovietica spingeva l’Egitto a combattere contro Israele solo per motivi politici (si era infatti in piena Guerra Fredda) e decise di avvicinarsi agli USA. Il 19 novembre 1977 giunse a Gerusalemme per convincere gli israeliani del suo impegno nel ricercare la pace e fece uno storico discorso alla Knesset, il Parlamento israeliano, nel quale affermò che non ci sarebbe stata la pace nella regione finché i palestinesi non avessero avuto un loro Stato. Il viaggio di Sadat fu il preludio agli accordi di Camp David del 1978, siglati da Sadat e Begin alla presenza di Jimmy Carter, allora Presidente statunitense. Gli accordi, che precedettero il trattato di pace del marzo 1979, pur prevedendo dei negoziati per la creazione di una entità palestinese autonoma in Cisgiordania e Striscia di Gaza, non furono accolti positivamente dall’OLP e dal mondo arabo che, in massa, minacciò di boicottare l’Egitto. L’Unione Sovietica, spaventata dalla possibilità di diminuire la sua sfera di influenza nella regione, si oppose alla possibilità di creare una forza internazionale di pace per supervisionare la demilitarizzazione della penisola del Sinai. La forza internazionale fu comunque istituita e Mazel tiene molto a sottolineare come l’Italia stessa ne facesse parte. L’ex ambasciatore si commuove quando racconta un aneddoto. Si ricorda di quando, passeggero di un taxi, l’autista, avendolo identificato come israeliano, fermò la sua vettura e gridò: “Viva Begin, viva Sadat!” Cosa è successo nel frattempo, visto che la situazione adesso è molto diversa? Mazel racconta che, nel clima di generale entusiasmo, furono immediatamente avviati i negoziati per la creazione di uno Stato palestinese. Negoziati che purtroppo si arenarono nel giro di un anno a causa dell’ennesimo boicottaggio dell’OLP. L’assassinio di Sadat, nell’ottobre del 1981, complicò ulteriormente la situazione. Moubarak, diventato Presidente, concentrò i suoi sforzi per cercare di fare riammettere l’Egitto nella Lega Araba. Le relazioni diplomatiche con Israele, viste con scarsa benevolenza dal mondo arabo, costituivano un problema. Moubarak fu così costretto a raffreddarle, ottenendo come premio l’ammissione alla Lega stessa.
Cosa pensa Mazel della politica interna di Moubarak? L’ex ambasciatore accusa Moubarak di non avere fatto quasi niente per contrastare gli attacchi anti-israeliani ed antisemiti dei nostalgici di Nasser e dei media. Media che hanno sempre tenuto all’oscuro gli egiziani dell’assistenza fornita da esperti e tecnici israeliani nel modernizzare le tecniche di irrigazione egiziane, della cooperazione proposta dal governo israeliano in vari ambiti, industria e commercio in primis. Recenti accordi hanno poi permesso all’Egitto di quadruplicare le proprie esportazioni tessili negli USA, tutto ciò grazie all’intervento israeliano, ma nessuno, in Egitto, sembra essersene accorto.
Interrogato su quali siano i principali problemi da risolvere per migliorare la collaborazione tra i due paesi, Mazel cita la questione palestinese e la lotta al terrorismo. Moubarak, pur appoggiando la posizione palestinese, è disposto ad accettare qualsiasi soluzione ottenuta attraverso una negoziazione israelo-palestinese. Negoziazione resa però praticamente impossibile dalle divisioni interne palestinesi. I due schieramenti antagonisti, Al Fatah e Hamas, hanno una visione politica diametralmente opposta e fintanto che Hamas, che non riconosce Israele, non sarà sconfitta, la pace sarà probabilmente una chimera. Moubarak, consapevole della necessità di un equilibrio nella regione, cerca di restare fedele al messaggio di Sadat: “mai più guerra, mai più spargimenti di sangue”, anche se deve quotidianamente confrontarsi con il fanatismo religioso delle madrasse, le scuole coraniche, che spingono i fedeli alla Jihad, la guerra santa. Recentemente è stata scoperta una cellula egiziana di Hezbollah, a dimostrazione del fatto che le minacce iraniane non sono solo parole al vento.
Mazel è però moderatamente ottimista sul futuro, in quanto Israele ed Egitto hanno convenienza a collaborare (interessi economici e non solo). La rottura degli accordi di pace tra i due Paesi rischierebbe infatti di fare precipitare il Medio Oriente in una crisi ancora più acuta di quella attuale.

Adam Smulevich