moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Diario di viaggio – Patrick Debois archeologo coraggioso dell’orrore

Padre Patrick Desbois ha ricevuto ieri la laurea honoris causa dall’Università Ebraica di Gerusalemme. Il sacerdote francese da sette anni ricerca capillarmente, in Ucraina e Bielorussia, ma prossimamente anche in Polonia e Russia, le fosse comuni degli ebrei uccisi in quello che egli usa chiamare “l’Olocausto delle pallottole”. Niente campi e forni, ma la sistematica eliminazione di tutti gli ebrei dei villaggi rurali attraverso un macabro tiro a segno, secondo la direttiva tedesca “un corpo una pallottola”. Ovvero, non più di un proiettile “sprecato” per la feccia dell’umanità: i fortunati muoiono subito, gli altri vengono comunque sepolti vivi, coperti da cataste di cadaveri o di agonizzanti, sui quali ai bambini ucraini viene richiesto di ballare, per schiacciarli e quindi fare più posto. Non sono casi sporadici. Finora padre Desbois ha trovato più di 800 fosse comuni, alcuni grandissime, con i resti di 45.000 corpi, altri a dimensione familiare, per un totale, finora, di un milione e 200 mila persone. In questo genocidio capillare gli occupanti tedeschi si avvalgono della “manodopera” locale: civili ucraini, contadini perlopiù, donne, bambini, allettati da benefici – tra i quali la possibilità di impadronirsi dei beni degli ebrei – o costretti con le minacce. Proprio attraverso di loro padre Desbois, archeologo dell’orrore, riesce a risalire alle fosse comuni. “Per sessant’anni si sono tenuti dentro il ricordo dell’atrocità” – racconta – “ora prima di morire vogliono liberarsene, e forse il fatto che io sia un prete li aiuta ad aprirsi”. Ma dopo tanto tempo, i ricordi non sono vaghi, poco credibili? “Al contrario, precisissimi anche nei minimi dettagli, ricordano il colore dei capelli, il vestito, le ultime parole.. E’ come se il ricordo, sepolto nella coscienza, emerga intatto, un po’ come a Pompei, dove la lava ha seppellito senza alterare corpi e reperti. Come riesce a farli raccontare? “Con una tecnica che andiamo via via affinando. Di solito il ricordo, di cui non sono nemmeno consapevoli, emerge rievocando un dettaglio, per esempio il colore del cavallo che tirava il carretto con cui trasportavano i morti, o il nome di un fiore sul percorso…. Appena il ricordo sale alla coscienza diventa irrefrenabile: parlano a volte per ore, e noi registriamo e filmiamo tutto”. Non ha avuto difficoltà con le autorità locali? “Che domanda! Certo, e grandissime, ma questo non ci impedisce di andare avanti.” Come spiega, lei che è un religioso, che tante persone siano state disposte a collaborare in queste atrocità? “E’ una domanda che lascio agli altri, perchè se cominciassi a cercare di rispondere, farei quello invece di andare a cercare le fosse. La gente di pensiero è tanta, filosofi, scienziati, storici, psicologi. La gente d’azione pochissima”. C’è un tono di insofferenza nella voce di padre Desbois: è chiaro che si riferisce a chi pontifica su comode poltrone. Lui invece rischia la pelle, ciò che sta facendo richiede coraggio e determinazione, e sa benissimo che rischia ogni giorno la vita. Ma non ci furono anche lì dei giusti, gente che cercò di salvare gli ebrei? “Certo, ma furono trucidati con tale crudeltà da scoraggiare gli imitatori. Ci hanno raccontato di famiglie di contadini ucraini squartati ed esposti al mercato perchè nascondevano gli ebrei..” Ci sono degli ebrei sopravvissuti? “Pochissimi. Nei piccoli paesi si sa tutto di tutti, e la delazione è facile. Ho incontrato un paio di sopravvissuti: bambini allora, che, sepolti vivi, sono riusciti, grazie alla taglia minuscola, a farsi strada e uscire da sotto la catasta dei cadaveri”. Che cosa la spinge a fare questo lavoro? “Il desiderio di dare un nome e un ricordo a questi morti senza nome e senza ricordo. Secondo la tradizione ebraica, il loro spirito aleggia infelice finché non è degnamente seppellito”. Ma lei apre le fosse comuni? “Me ne guardo bene. Non è compito mio, semmai dei rabbini. Io cerco le testimonianza e le localizzo, a volte anche con l’aiuto di metal detector (denti d’oro, fedi, catenine rimasero spesso sui cadaveri, tant’e’ vero che nel tempo si è sviluppato un macabro commercio di questi reperti). Il mio compito lo considero esaurito quando ho dato un nome a ogni morto.” Complimenti, padre Desbois. E’ un onore e un premio conoscere una persona come lei.

Viviana Kasam