La JJAC a Montecitorio: “Non c’è pace senza il riconoscimento dei diritti”

“Ci sono esodi ignorati e circondati dal silenzio. Uno di questi è quello che ha coinvolto la quasi totalità delle comunità ebraiche del mondo arabo. Un tempo numerose e floride, le comunità ebraiche del mondo arabo e islamico sono oggi nei loro paesi un flebile ricordo. Emigrati in massa sotto i colpi dei pogrom, animati da un speranza messianica di riscatto, la maggioranza degli ebrei che hanno abbandonato il mondo arabo hanno ricostruito le loro vite spezzate nell’antica Terra dei padri. Le loro peripezie e sofferenze sono poco note”.
Inizia così, la testimonianza di David Meghnagi, professore di psicologia all’Università di Roma Tre, espulso dalla Libia nel 1967, all’audizione parlamentare che l’organizzazione Justice for Jews from Arab Countries (JJAC), in questi giorni a Roma per il raduno annuale, ha ottenuto grazie all’intervento dell’onorevole Fiamma Nirenstein, giornalista e deputato alla Camera nelle fila del Popolo della Libertà dove è vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari, che ne è stata promotrice.
La parlamentare esperta di Medio Oriente, da sempre in prima linea nella battaglia contro la violenza e per la salvaguardia dei diritti umani e della democrazia, torna a far sentire la sua voce a favore degli ebrei espulsi dai Paesi Arabi per ritorsione contro la nascita dello Stato di Israele. L’audizione parlamentare, cui oltre alla Nirenstein e al presidente della JJAC Stanley Urman hanno partecipato l’ex ministro della Giustizia canadese ed esperto di diritto internazionale Irwin Cotler, David Meghnagi, la vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Claudia De Benedetti e il Consigliere Ucei Victor Magiar, ha infatti lo scopo di affrontare il tema dei diritti degli ebrei espulsi dagli Stati arabi e sottolineare come dal conflitto israelo-palestinese siano scaturiti profughi palestinesi e profughi ebrei e non soltanto profughi palestinesi.
“Per un senso di verità e per stabilire un fatto che può aiutare la pace” risponde Fiamma Nirenstein a margine della conferenza stampa che si è svolta nella sala del Mappamondo di Montecitorio alla domanda di perché ha ritenuto importante organizzare questa audizione che accende una luce sui diritti degli ebrei espulsi dai Paesi Arabi “Nonostante quella che io definisco la “nakba” ebraica sia stata molto più consistente di quella palestinese, e che gli ebrei cacciati dai Paesi arabi hanno subìto pogrom sanguinosi, quello che mi interessa è stabilire il principio che a fianco a una sofferenza palestinese usata continuamente come un’arma esiste la sofferenza dei profughi ebrei strappati dalle proprie case e cacciati dai paesi arabi dove hanno dovuto lasciare tutto quello che possedevano. Non è un caso se i palestinesi di fronte ai veri tentativi di una trattativa per la pace con Israele ripropongono continuamente la questione dei profughi, che poi non sono profughi, sono i figli dei figli dei figli, artificialmente conservati nei campi profughi durante questi anni. Al contrario la nakba ebraica non ha avuto questa caratteristica, questi profughi sono totalmente assenti dal ricordo, il mondo non li riconosce”.
Una questione di stretta attualità in seguito alla proposta del Primo ministro israeliano Netanyahu che condiziona le trattative di pace al riconoscimento dello Stato di Israele e duramente criticata dal presidente egiziano Mubarak “Mubarak non ha detto tutto quello che pensa – osserva la Nirenstein – non ha voluto aiutare il riconoscimento dello Stato ebraico e in questo sbaglia. Il presidente egiziano ricalca il rifiuto arabo, nonostante con questo stato arabo Israele abbia già fatto la pace. Non a caso Netanyahu l’ha messa al centro delle trattative e ha fatto benissimo”.
L’importanza del riconoscimento dello Stato ebraico ritorna anche nelle parole di David Meghnagi che sostiene che bisogna curare le parole e che l’arabo è pieno di parole malate come “nakba” termine che gli arabi usano per indicare una loro catastrofe o “harsa” termine che indica la distruzione del popolo ebraico, secondo Meghnagi invece è importante “tenere aperta la porta della comunicazione”, “Se non curiamo le parole, ha concluso Meghnagi, non ci sarà alcuna riconciliazione. E la riconciliazione passa attraverso il riconoscimento dello Stato di Israele”.
Victor Magiar, intervenuto nella sua qualità di consigliere Ucei e di testimone della cacciata dalla Libia del 1967, nel paragonare la posizione palestinese e quella ebraica sostiene che “sono due tragedie non paragonabili, perché i palestinesi sono vittime di un conflitto armato mentre gli ebrei cacciati dai Paesi arabi sono vittime di una ideologia fanatica che ha voluto sempre lo scontro, le due questioni sono diverse ma bisogna trovare una soluzione contestuale per entrambi.
“E’ stata una grande tragedia, ha ricordato Magiar, fuggire lasciare la casa, gli amici, tutto, ma non mi sono mai sentito una vittima, perché si è trattato di una tragedia da un punto di vista pratico, ma ha consentito l’affermazione della nostra libertà, siamo finiti in Israele o in Paesi democratici e questo fa una grande differenza”.
Nel ricordare quanto sia stato grande il numero degli ebrei cacciati dai Paesi arabi e quanto questo fenomeno sia stato trascurato dal mondo intero, Irwin Cotler ha sostenuto che la difesa dei diritti degli ebrei cacciati dai Paesi arabi si posa su tre fattori: il ricordo, la ricerca della verità e il perseguimento della giustizia, “Se non ci sarà ricordo non ci sarà verità, se non ci sarà verità non ci sarà giustizia”, ha concluso il giurista.

Lucilla Efrati

Riportiamo di seguito la versione integrale dell’intervento di David Meghnagi all’audizione parlamentare

Microstoria e grande storia. Nascere ebreo in un paese arabo

Ci sono esodi ignorati e circondati dal silenzio. Uno di questi è quello che ha coinvolto la quasi totalità delle comunità ebraiche del mondo arabo. Un tempo numerose e floride, le comunità ebraiche del mondo arabo e islamico sono oggi nei loro paesi un flebile ricordo.
Emigrati in massa sotto i colpi dei pogrom, animati da un speranza messianica di riscatto, la maggioranza degli ebrei che hanno abbandonato il mondo arabo hanno ricostruito le loro vite spezzate nell’antica Terra dei padri.
Le loro peripezie e sofferenze sono poco note. Il loro dolore semplicemente non interessava. Apparteneva a loro e come tale lo hanno dignitosamente portato ricostruendo le loro vite spezzate, e restituendo una speranza al futuro.
Una minoranza fra loro ha ricostruito la sua vita negli Stati Uniti e in Europa contribuendo allo sviluppo delle loro nuove patrie di adozione.
Muovendomi tra memoria individuale e storia collettiva, tra introspezione individuale e ricostruzione culturale, intendo portare un piccolo contributo ad una migliore conoscenza di questa storia, nella prospettiva di una composizione politica e culturale delle tragedie che hanno insanguinato l’intera regione del Vicino Oriente…
Per molti anni ho vissuto come se l’esperienza della mia infanzia appartenesse al passato più remoto. Un grande spartiacque divideva la mia vita. Il prima e il dopo erano irriducibili, anche se erano passati pochi anni. Una frattura nel tempo. Ho poi scoperto occupandomi del problema da un punto di vista professionale, che il mio sentire rispondeva ad uno schema. Nel mio dolore non ero solo. Centinaia di migliaia di ebrei che hanno forzatamente lasciato i paesi arabi e islamici ne condividevano la struttura.
Gli attori dei ricordi possono avere trascorso l’infanzia, la giovinezza, a mille e più chilometri di distanza dai luoghi in cui possono vivere attualmente, Roma, Parigi, New York, Londra e Tel Aviv. Ma lo schema non cambia. La frattura coinvolge il tempo e lo spazio e solo molto tempo dopo, con le generazioni che non hanno conosciuto direttamente quel passato, i legami hanno cominciato timidamente a riannodarsi, rinnovando l’interesse per i luoghi e le abitudini.
Impegnato a sostegno del dialogo e per una composizione politica e pacifica del conflitto che lacera il Vicino Oriente, l’idea di un ritorno al mio paese natale, anche per una breve visita, non mi aveva mai sfiorato. Non c’era più nulla che mi legasse a quel passato. Mi ritenevo fortunato perché da quell’inferno ero uscito vivo.
Il legame tra le generazioni non si era spezzato, i figli hanno potuto conoscere i nonni, la gente ha potuto ricrearsi una vita libera in luoghi più ospitali. Ma vi è pur sempre qualcosa di inquietante, nel ritenersi fortunati perché altri hanno avuto un destino inenarrabile.
Ma le emozioni possono sciogliersi nell’incontro con i profumi dell’infanzia, nell’attesa ad uno scalo aereo. Sul tabellone che indicava i voli in partenza, due scritte ben distinte (Roma-Tel Aviv, Roma-Tripoli) mi apparvero come sovrapposte. Mi sembrava che un luogo portasse all’altro e da uno si potesse tornare all’altro, come in sogno potevo essere lì, qui e altrove. Dall’esterno non si era insediato nel mio interno ed io potevo ritrovare ovunque la mia casa.

La mia Tripoli era salva, aveva viaggiato con me nel mio doloroso esodo. Il persecutore non aveva vinto. Era parte del mio mondo onirico insieme ai ritmi della musica orientale così ricca ed espressiva, ai canti d’amore e a quelli liturgici che udivo in casa da bambino per la Birkhat levanà; alla nostalgia che provo quando penso agli amici perduti, all’intensità dei profumi del mio paese natale e alla sua brezza marina, alle fantasie che facevo guardando le navi in partenza immaginandomi al loro interno, al piacere che provavo nel passare dall’arabo all’ebraico e dall’ebraico all’arabo, nel comporre un tema in italiano come se fosse latino col risultato di scrivere in modo illeggibile. Sino a quando un mio insegnante di liceo, che aveva intuito il mio dramma interno, mi disse: “Perché non imiti la prosa degli illuministi francesi. Loro scrivevano in modo chiaro perché avevano in mente chiaro il messaggio. Il tuo italiano ne uscirebbe arricchito e migliorato”. Il cambiamento fu notevole e i risultati non tardarono a venire. Per molto tempo ancora per scrivere in italiano mi ero ispirato agli scrittori francesi del Settecento sino a quando non trovai il modo di distillare e sciogliere in me la miscela di lingue e di mondi in cui ero cresciuto. La mia coscienza vigile poteva cedere ad una piacevole fantasia.