Irwin Cotler: combattiamo per rendere giustizia

Giurista di fama internazionale, ex ministro della Giustizia canadese, strenuo difensore dei diritti degli ebrei costretti ad abbandonare i paesi mediterranei d’origine, il professor Irwin Cotler, presidente onorario della Justice for Jews from Arab Countries (Giustizia per gli ebrei cacciati dai Paesi arabi), ha partecipato, fra le altre cose, agli accordi di pace di Camp David fra Israele ed Egitto. In queste ore è a Roma per partecipare agli incontri organizzati a difesa dei diritti degli esuli ebrei provenienti dalle realtà del Mediterraneo.

Quando e perché ha iniziato a occuparsi del tema dell’espulsione degli ebrei dai Paesi arabi?
Ho iniziato questa attività e lo studio sulla triste condizione degli ebrei nei paesi arabi nel 1972, mentre ero presidente del Canadian Professor for Peace in Middle East, tale ricerca faceva comunque parte dei miei studi sulla questione dei rifugiati in Medio Oriente. E in seguito feci parte di una delegazione accademica che visitò il Medio Oriente negli anni 1975,1976 e 1977, durante questi viaggi ho incontrato ebrei egiziani e siriani e potuto capire meglio la drammatica condizione dell’ebraismo in questi Paesi.
Quando ero presidente del Canadian Jewish Congress (carica da me ricoperta dal 1980 al 1983), avevamo un comitato nazionale molto attivo sulla condizione degli ebrei provenienti dai Paesi arabi, che faceva ricerca e pubblicava contenuti in merito a tale tema con particolare attenzione all’ebraismo in Siria.
Nel 1987 fui copresidente del Tribunale civile, insieme ad Arthur J.Goldberg ex-giudice della Corte di Cassazione americana. Abbiamo ascoltato tante testimonianze e in seguito abbiamo pubblicato un report sulla drammatica condizione degli ebrei negli Paesi arabi.
In seguito ho sempre continuato a interessarmi alla questione e attualmente ricopro la carica di co-presidente onorario del Justice for Jews from Arab Countries

Nonostante la loro presenza millenaria nel Medio Oriente, gli ebrei sefarditi sono stati sradicati, espropriati illegalmente e in maniera criminale espulsi dalla maggior parte dei Paesi arabi, esiste un luogo dove le comunità ebraiche possano depositare le loro querele e attraverso il quale possano reclamare i loro diritti nella speranza di ricevere un minimo di indennità per la tragiche perdite che hanno dovuto subire?
La normativa internazionale sui diritti umani ha sviluppato una serie di diritti per le vittime di violazioni di diritti umani, inclusi i diritti di ricordo, memoria, riconoscimento, verità e riparazione, ma finora non è stato sviluppato il foro legale dei cittadini israeliani di origine egiziana che potrebbero avere interesse a chiedere tale indennità indirizzandola a una commissione come previsto dalla normativa internazionale dei diritti umani.
In ogni caso non è mai stata fondata tale commissione e pertanto le richieste delle vittime non hanno avuto, fino a oggi, alcun riscontro.

Mentre queste comunità ebraiche sradicate mandano avanti la loro nuova vita nei loro paesi adottivi, il mondo apprende molto raramente delle perdite gravi che questi hanno patito nei loro paesi d’origine. Che tipo di azione coordinata bisogna intraprendere, secondo lei, per diffondere in maniera più vasta informazione e fatti in merito a tale sradicamento così sconosciuto al mondo esterno?
L’organizzazione Justice for Jews from Arab countries è stata fondata per coordinare azioni in comune e fornire informazioni in appositi uffici di mediazione in merito alla condizione dei rifugiati ebrei dai loro rispettivi paesi arabi d’origine. Il sito web dell’organizzazione può servire come riferimento per tale scopo.

Alla luce dei recenti miglioramenti nelle relazioni diplomatiche italo-libiche, ritiene che il governo italiano potrebbe fare lo sforzo di sostenere e promuovere un piano compensativo libico in favore degli ebrei espulsi residenti in Italia?
Direi che questa questione può essere valutata meglio dai leader dell’ebraismo italiano assieme agli ebrei libici residenti in Italia.

Alcuni ebrei libici fanno pressione sulla direzione delle loro comunità per promuovere e partecipare a una conferenza con il colonnello Gheddafi. Gheddafi le sembra realmente intenzionato a offrire un’indennità agli ebrei in esilio?
Secondo lei la comunità dovrebbe cercare di negoziare per nome e conto di tutti gli ebrei libici, indipendentemente dal fatto se erano ricchi o poveri, o dovrebbe semplicemente fornire un canale attraverso il quale poter inoltrare richieste individuali, direttamente localizzato a Tripoli, come proposto informalmente dal governo libico?

Anche in questo caso non posso parlare per conto delle comunità ebraiche libiche. Tale decisione dovrebbe essere lasciata a loro e le querele in ogni caso dovranno essere sia individuali che comuni a nome della comunità in quanto tale.

Come potrebbe aiutare la comunità ebraica libica le altre comunità sefardite?
Credo che la cosa migliore sia che le realtà sefardite condividano le loro esperienze ed esperienze al fine di sviluppare degli standard per attivare procedure che riflettano le caratteristiche distintive di ogni comunità.

Quale tipo di messaggio ha voluto trasmettere nel suo discorso a Roma? E che importanza attribuisce a questa opportunità?
Il messaggio che ho voluto trasmettere è stato certamente quello di mettere in risalto la drammatica condizione degli ebrei rifugiati dei paesi arabi, tema che deve essere reintrodotto nella pace internazionale e nella narrativa giuridica, dalla quale era stato tralasciato negli ultimi 60 anni. Tutto questo dovrebbe diventare una priorità nell’agenda di Israele e delle comunità ebraiche. Ho proposto a tal proposito un piano di azione articolato in 10 punti.

Loren Raccah