Crisi iraniana, elezioni e apertura americana. Risposte all’enigma del Medio Oriente

L’Iran, il suo ruolo nel Medio Oriente, l’arma nucleare e le opzioni per l’Occidente. Temi scottanti trattati in un’atmosfera da “circolo letterario”, quella che si è respirata a Roma al convegno coordinato da Giorgio Gomel organizzato dal Gruppo Martin Buber all’Istituto Pitigliani. In una sala adornata dai dipinti dell’artista israeliana Lika Tov i relatori del convegno Renzo Guolo, docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Torino, studioso di movimenti islamici nonché editorialista della Repubblica e Bijan Zarmandili, esule iraniano, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica hanno cercato risposte a molti interrogativi.

I temi sul tappeto, presenti fra il pubblico anche i Consiglieri dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Victor Magiar e Anselmo Calò e il Presidente della Fondazione dei Beni Culturali ebraici in Italia, Bruno Orvieto, sono quelli che riempiono ormai le prime pagine dei giornali: i risultati delle elezioni iraniane e le prospettive che si aprono alla luce della rinnovata vittoria di Ahmadinejad per l’Occidente; il legame fra Medio Oriente e Iran e gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese e, in particolar modo la domanda centrale: “Cosa farebbe l’Iran se questo conflitto trovasse una soluzione, ci si opporrebbe?”; quali le novità e le conseguenze dell’apertura del presidente americano Barack Obama verso i Paesi arabi?

Il primo a prendere la parola è stato il professor Renzo Guolo che ha tracciato sommariamente la storia politica dell’Iran, pur sottolineando lui stesso come la “situazione sia notevolmente complessa e articolata”.
In merito ai brogli elettori, tema di stretta attualità, entrambi i relatori hanno affermato che ci sono buone probabilità che questi siano avvenuti. “Difficile credere che Ahmadinejad possa aver ottenuto un consenso così ampio visto il fallimento completo nella politica interna del Paese, in particolare modo nella politica economica. Sotto il suo mandato – ha osservato il professor Guolo – il Paese ha visto aumentare notevolmente la disoccupazione e l’inflazione”. “Non solo, sembrerebbe – ha aggiunto ancora il professore per avvalorare l’ipotesi brogli – che Ahmadinejad abbia registrato forti consensi nelle comunità minori, come quelle azere, considerate – dice il professore rivolgendosi al pubblico – che Mussavi proviene da quelle comunità”.
Entrambi però tengono a chiarire l’impossibilità, anche dopo la dichiarazione della Guida Suprema Khamanei di andare a un nuovo conteggio delle schede, che i risultati vengano stravolti, l’Iran non ammetterebbe mai l’illegittimità delle elezioni.
“Ma perché tanto clamore e attenzione da parte dei Media internazionali verso Mussavi che differenza ci sarebbe nella sua politica rispetto a quella di Ahmadinejad?” è un altro degli argomenti emersi nella discussione e portato alla luce dal giornalista Zarmandili, lo stesso ha precisato che la politica di Mussavi non sarebbe migliore di quella di Ahmadinejad. “Mussavi non è un riformista bensì un conservatore con una forte identità nazionale” – ha precisato Guolo – “La grande differenza fra i due sarebbe da rintracciare solo nella diversa attenzione rivolta alla politica estera, Mussavi se eletto si sarebbe occupato in prevalenza di politica interna e quindi di riforme interne al Paese”, ha aggiunto.
La nuova amministrazione americana e i discorsi di apertura, tenuti prima in Turchia e poi in Egitto, del Presidente americano, aprono nuove prospettive.
Obama sembra essere un uomo politico di cui entrambi i relatori riconoscono le capacità politiche.
“Obama nel suo discorso al Cairo” ha chiarito ancora Guolo “sembra aver capito quale sia l’atteggiamento migliore per relazionarsi con l’Iran, un Paese di forti valori nazionalistici. Non si può, come aveva fatto la vecchia amministrazione americana, pensare di proibire all’Iran di dotarsi del nucleare semplicemente con dei richiami internazionali. Usando il pugno di ferro. Obama ha fatto di meglio ha parlato nel suo discorso del diritto al nucleare per ogni nazione, e allo stesso tempo, ovviamente, non ha parlato di nucleare militare. Ritengo che sia questo il modo migliore per poter interagire con gli iraniani”.
Il nazionalismo e il precludere con dei divieti la possibilità all’Iran di gestire il proprio Paese sono temi centrali da non sottovalutare.
Quando tra il pubblico una ascoltatrice attenta ha posto la domanda se esista veramente, come anticipato dall’ex ministro della Giustizia canadese ed esperto di diritto internazionale Irwin Cotler, la possibilità nella legge internazionale di accusare e quindi incriminare Ahmadinejad di “istigazione al genocidio nei confronti degli ebrei” e “quali sarebbero le conseguenze se questa legge fosse applicata”, ancora entrambi i relatori hanno insistito sul forte carattere nazionalista dell’Iran, confermando che sarebbe una mossa sbagliata, l’orgoglio nazionale sarebbe ferito e i consensi e la difesa per Ahmadinejad sarebbero inevitabili.
“L’Iran ricopre un ruolo di centralità nel Medio Oriente innanzitutto per la sua vastità, per la sua posizione geografica, e l’asse del potere potrebbe spostarsi verso le regioni dell’Asia centrale che l’Iran ha il potenziale per dominare” ha sottolineato Zarmandili, e ha aggiunto: “Obama l’ha capito ne riconosce l’importanza per questo l’argomento di riflessione dovrebbe spostarsi sul cosa succederebbe se Iran e Usa giungessero a un accordo? Cosa succederebbe nel Medio Oriente quali sarebbero le concessioni che si porterebbe dietro questo eventuale accordo”. Sostanzialmente qualcosa si sta muovendo vedremo presto i risultati.
“La centralità del ruolo dell’Iran in quella regione spiega, concretamente, anche l’importanza attribuita alle elezioni iraniane, che hanno subito, da parte del mondo, una attenzione vasta quanto quelle dell’americano Barack Obama”, ha fatto notare Zarmandili.
“L’Iran ha un grande potenziale – ha ribadito ancora il giornalista Zarmandili – dovrebbe capire che non ha motivo di porre così tanta attenzione verso il Medio Oriente, i palestinesi, i Paesi arabi in generale, potrebbe estendere la sua egemonia politica in quel vasto territorio geografico dove la Russia ha lasciato un vuoto, mi riferisco alla zona dell’Asia Centrale, ma questa classe dirigente – ha aggiunto – non mi sembra in grado di capirlo e approfittarne veramente”.

Valerio Mieli