Gilad Shalit, tre anni d’attesa non fiaccano la speranza
Tre anni d’attesa. Tre anni di speranza. All’alba del 25 giugno 2006 il soldato delle Forze israeliane di difesa, oggi ventiduenne Gilad Shalit, veniva rapito a Kerem Shalom, in territorio israeliano, da terroristi di Hamas, che dopo aver attraversato il confine meridionale della striscia di Gaza, uccisero due soldati israeliani e ne ferirono altri quattro. Il commando composto da otto palestinesi si era spinto in un tunnel sotterraneo entrando per un centinaio di metri in territorio israeliano e suddividendosi poi in tre squadre. Sembra che lo stesso Shalit abbia riportato nell’attacco ferite alla mano e alla spalla.
Fra due giorni saranno tre anni che Gilad è privato della libertà. Da allora non sono pervenute notizie certe circa il suo stato di salute e nemmeno la Croce Rossa Internazionale è mai stata autorizzata a visitarlo, così come nel caso di Eldad Reghev e Ehud Goldwasser, i due soldati rapiti sul fronte settentrionale da Hezbollah, 17 giorni dopo Ghilad Shalit, i cui corpi sono stati restituiti il 16 luglio 2008 in cambio di terroristi detenuti nelle carceri israeliane.
Ghilad è nato a Naharia il 28 agosto 1986 ed è cresciuto a Mitzpe Hila, dove ha terminato con successo il liceo scientifico. Ama la matematica e lo sport e ama il suo paese. Alla fine del luglio 2005 si è arruolato nell’esercito, nell’unità corazzata, seguendo le orme del fratello Yoel.
Il 26 giugno 2006, il giorno dopo della cattura, le Brigate Izz Ad-Din Al Qassam (il braccio militare di Hamas) i “Comitati di Resistenza Popolare” e “l’Armata palestinese dell’Islam” firmano un comunicato fatto pervenire alla leadership israeliana, nel quale offrono di fornire informazioni sul soldato prigioniero qualora Israele avesse acconsentito a liberare tutti i prigionieri minori di diciotto anni e quelli di sesso femminile.
Una settimana dopo le richieste si fanno più pressanti, i Palestinesi domandano la liberazione di mille prigionieri in aggiunta ai precedenti e la fine degli attacchi condotti contro la Striscia di Gaza, e due giorni dopo alle richieste si aggiungono minacce nel caso Israele avesse respinto l’ultimatum.
Israele non ci sta. Qualche ora più tardi rigetta l’ultimatum, dichiarando che «Non ci saranno negoziati per il rilascio di prigionieri».
Nel tentativo di ottenere il rilascio del soldato israeliano, l’arcivescovo Antonio Franco, Nunzio apostolico presso lo Stato di Israele, si mette in contatto con la parrocchia cattolica della Striscia di Gaza, ma senza ottenere risultati.
Nel tentativo di rintracciare e liberare Gilad Shalit, Israele fa partire l’Operazione Piogge estive, una massiccia incursione nella Striscia di Gaza.
“Israele ha fatto tutto quello che è in suo potere per valutare tutte le opzioni diplomatiche e dare a Mahmoud Abbas l’opportunità di restituire l’israeliano rapito… ” dichiara in quei giorni il portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington, David Siegel “Quest’operazione può terminare immediatamente, a fronte del rilascio di Gilad Shalit”. Mentre il portavoce della Casa Bianca, Tony Snow afferma che “ Israele ha il diritto di difendere sé stesso e la vita dei suoi cittadini […]. Qualunque azione il governo israeliano intraprenda, gli Stati Uniti si raccomandano affinché nessun civile innocente sia ferito e si eviti il danneggiamento non necessario della proprietà e delle infrastrutture”.
Nonostante gli imponenti mezzi utilizzati dall’esercito israeliano ogni tentativo di rintracciare Gilad Shalit risulta vano. Le autorità israeliane sanno che il soldato si trova nella Striscia di Gaza, il 1 luglio la BBC riferisce che Gilad potrebbe aver ricevuto cure mediche per ferite al ventre e alle spalle, mentre fonti palestinesi smentiscono e autorità israeliane minacciano di “di far cadere il cielo” nel caso in cui Shalit fosse ferito.
Due mesi dopo, nel settembre 2006, mentre l’Egitto tratta con Hamas per la liberazione del soldato israeliano, una lettera nella quale Gilad afferma di essere vivo e di stare bene viene fatta pervenire, per mezzo dei mediatori egiziani, alle autorità israeliane. La lettera dall’esame calligrafico risulterà autentica.
Nonostante i contatti, gli appelli, le trattative e i tentativi di mediazione, un anno dopo Gilad Shalit è ancora prigioniero chissà dove, tutto il mondo ebraico è in apprensione per lui, si moltiplicano le iniziative di sostegno. Viene diffuso un messaggio audio, probabilmente autentico, nel quale il soldato israeliano dalla voce flebile e provata chiede che le autorità israeliane si diano da fare per il suo rilascio e che liberino alcuni prigionieri palestinesi.
La diplomazia lavora, ma ancora un anno trascorre, il 9 giugno 2008 in prossimità del secondo anno di prigionia, la famiglia Shalit riceve una lettera dal figlio: “Cari mamma e papà, cara famiglia, mi mancate moltissimo. Ho trascorso due anni difficili e lunghi da quando mi sono separato da voi e sono stato costretto a iniziare a vivere in condizioni di prigionia. […] Continuo ancora a pensare e a sognare il giorno in cui mi libererò e vi incontrerò di nuovo, ancora mi è rimasta la speranza che questo giorno sia vicino, ma so che questo non dipende né da me né da voi. Mi rivolgo al Governo affinché non trascuri le trattative per la mia liberazione e non concentri tutti gli sforzi solo sulla liberazione dei soldati in Libano”.
Ancora niente.
Fra il gennaio e il febbraio 2009 in occasione dell’Operazione Piombo Fuso, la diplomazia israeliana, che ha sferrato un forte attacco nella Striscia di Gaza, per far cessare il lancio di razzi su Israele, sottopone la tregua al rilascio di Ghilad Shalit, nelle trattative è ancora coinvolto l’Egitto e questa volta anche la Francia. Noam Shalit, il padre di Gilad, ha incontrato due volte il presidente francese Nicolas Sarkozy, il quale – grazie al doppio passaporto di Gilad (la nonna Jacqueline era di Marsiglia) – si è mobilitato e ha fatto avere una lettera dei genitori al giovane sequestrato attraverso i canali siriani e poi ha sollecitato Damasco a fare pressioni su Hamas per arrivare alla liberazione del soldato Shalit, mentre le richieste di Hamas sulla liberazione di un enorme numero di pericolosi terroristi palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, sono sempre più pesanti.
Il tempo passa, Gilad vede compiersi il terzo anno relegato in prigionia. Tutto il mondo ebraico e tutti gli esseri umani che amano la libertà e la democrazia sanno che Israele resta fedele al principio in base al quale non si lasciano mai in mani nemiche i propri cittadini, vivi o morti, anche a costo di pagare prezzi altissimi, che Israele farà tutto il possibile per riportare a casa Gilad.
Lucilla Efrati