Tutti in verde a Trieste
A cosa serve la politica in Italia? Le strade d’Europa si sono riempite per esprimere solidarietà all’opposizione iraniana che contesta lo scandalo di elezioni truccate da un regime oppressivo, mentre le strade italiane sono rimaste vuote (eccezion fatta per le due nobili iniziative promosse dal Pd romano e da Il Riformista e Radio Radicale che hanno registrato un’affluenza assai scarsa). Non è certo una questione di numeri, comunque sempre indicativi: in discussione è invece il valore o la concezione stessa della politica . Sia il centrodestra che il centrosinistra si dichiarano da anni paladini dei più alti e nobili valori democratici, difensori della libertà (o delle libertà) e, ovviamente, dei diritti umani. Eppure, ogni qualvolta la politica estera ci impone di prendere posizione su delicate questioni che riguardano regimi illiberali con cui, ahinoi, l’Italia ha proficui rapporti economici, i nostri rappresentanti in parlamento (al governo o all’opposizione poco conta) ricorrono alla più fervida creatività per riuscire a non urtare il despota di turno. Non abbiamo ancora superato lo shock della visita del Re dei Re d’Africa e, peggio, lo shock del pellegrinaggio alla sua tenda, che dobbiamo già registrare un nuovo caso imbarazzante. Loro, i nostri rappresentanti in parlamento, la chiamano realpolitik, ma sbagliano: la realpolitik è un approccio realistico, pragmatico e non ideologico, atto ad evitare il conflitto aperto e a trovare strade nuove per risolvere spinose questioni internazionali. La prima regola di questa arte diplomatica è sempre stata quella di conservare le proprie credibilità e dignità nel dialogare con interlocutori imbarazzanti, per generare, anche nel compromesso, dei reali miglioramenti nelle relazioni internazionali. Oggi non è in atto la ricerca di nessuna nuova strada né, tantomeno, il tentativo di migliorare le condizioni sul terreno. La strada che percorriamo è sempre la stessa: quella dei commessi viaggiatori, dei piazzisti in cerca di incrementare o conservare la propria clientela, consapevoli che la democrazia, se non la si può esportare, la si potrà almeno barattare nel grande bazar della diplomazia internazionale. Certo l’Occidente sta ricalibrando le sue misure: lo stesso Obama che in un primo momento, per non delegittimare e danneggiare i manifestanti di Teheran, aveva prudentemente considerato uguali Ahmadinejad e Mousavi, ha già corretto la linea chiedendo di fermare la «repressione». Anche il nostro ministro degli esteri sta cercando una via d’uscita sull’affaire dell’invito all’Iran per il G8 di Trieste:invece di ritirarlo lo lascia decadere . Ma l’imbarazzo non riguarda tanto le scelte del governo (condizionato dalle dinamiche delle diplomazie degli altri stati) quanto l’ambiguità dei partiti italiani: espongono i valori della democrazia come vecchi souvenir, utili da brandire durante le nostre elezioni (contro il regime berlusconiano o contro i comunisti) e poi sorvolando su Darfur, Tibet, Iran, Corea… Le mobilitazioni arrivano solo se utili a ferire la parte politica avversa. A cosa serve la politica in Italia? La nostra politica è capace di usare qualsiasi cosa quando è in discussione la lotta per il potere, ma è incapace di disegnare idee o di programmare azioni che servano a realizzare una società (o un mondo) migliore. Giovedì prossimo, a Trieste, l’Iran dovrebbe partecipare al G8 e la diplomazia internazionale potrebbe cogliere l’occasione per fare pressioni su Teheran: ma anche ritirare l’invito all’Iran sarebbe una buona forma di pressione. Ma almeno i partiti, quelli che si considerano democratici, potrebbero promuovere proprio a Trieste una manifestazione contro la repressione in atto in Iran: sarebbe un segno forte rivolto ad Ahmadinejad e soci, e sarebbe anche un buon segno per la nostra stanca politica.
Victor Magiar, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
(tratto da Europa – 23 giugno 2009)