Verso il digiuno del 17 di Tamuz

Moshé, il nipote di Avraham avinu e Rabbenu, nostro Maestro
La parashà di Ki-Tissà ci mette di fronte al terribile episodio del vitello d’oro. Desideriamo soffermarci sull’atteggiamento di Moshé, che appare qui in tutta la sua grandezza, di Rabbenu, nostro Maestro. Moshé è ben lungi dal nascondere la gravità del peccato, tutt’altro: egli lo riconosce espressamente: “Deh! O Sign-re, questo popolo ha commesso un grave peccato, si sono fatti una divinità d’oro” (Es. 32:31).
Il problema è ora cosa fare con il popolo peccatore; possiamo dire che ci troviamo di fronte alla più grande prova alla quale viene sottoposto Moshé come guida di Israele; il Sign-re gli fa intravedere la possibilità di una dura punizione per il popolo, della sua distruzione, con un nuovo inizio di un popolo che farà a capo a Moshé stesso: “lascia che la mia ira si accenda contro di loro, che io li distrugga” (Es. 32:10). La risposta di Moshé è articolata e contiene vari elementi; fra l’altro abbiamo una supplica a D-o: “Ricordati di Abramo, di Isacco e di Israele tuoi servi…” come a dire, spiega Rashì: “Se essi non possono essere salvati per i meriti dei Patriarchi, perchè allora Tu dici: “Farò di te un grande popolo”? Se una sedia a tre gambe (cioè i meriti dei tre Patriarchi) non resiste di fronte a Te quando Tu sei in collera, a maggior ragione non resisterà di fronte a Te una sedia con una gamba sola (cioè i meriti di Moshé)” (Es. 32:13); “Ordunque perdona la loro colpa, altrimenti cancellami dal libro che Tu hai scritto”(Es.32:32). La posizione di Moshé è assai chiara: egli è disposto a guidare il popolo ebraico, il popolo di Avraham, Izchak e Jaakov nostri Padri e suoi Padri; egli sa che vi saranno salite formidabili, ma anche enormi cadute ed egli chiede al Sign-re di continuare con il cammino del popolo ebraico, ché meglio non potrà essere. Moshé ha superato la prova più grande della sua vita; una guida non deve avere davanti a se l’interesse proprio, egoistico, ma quello del proprio popolo; egli deve saper condurlo verso le più alte cime, con amore e abnegazione, ma deve essere altrettanto pronto ad essere col suo popolo nei momenti di caduta, pronto ad ogni sacrificio. Moshé si riconosce come nipote di Avraham e vuole che il cammino da lui intrapreso non venga fermato.

Eternità della elezione di Israel
Da allora Moshé è diventato Rabbenu, il nostro Maestro, Maestro che non solo chiede ai suoi allievi, ma che dà anche tutto se stesso per loro, anche tutto il suo futuro. Moshé Rabbenu ci dà qui un insegnamento eterno: non solo la Torà del Sign-re è eterna ma anche il popolo del Sign-re è eterno; come D-o non cambierà mai la Sua Torà, così egli non cambierà mai l’elezione del Suo popolo Israel. Moshé viene a sottolineare che l’elezione non è sottoposta a condizione alcuna: “Considera che questa nazione è il Tuo popolo” (Es. 33:13) e Rashì commenta: “Non dire: “Io farò di te un grande popolo” (32:10) ed abbandonerò loro; considera che essi sono il Tuo popolo da gran tempo, e se Tu li respingessi, io non potrei confidare che i miei discendenti sopravviveranno; il pagamento della mia ricompensa consiste nel perdonare questo popolo”:”am zho izarti li, mi sono creato questo popolo, essi racconteranno la mia gloria…”.

Gli attributi divini: Hashem, Hashem (Es.34:5 ss.)
Alla richiesta di Moshé: “Fammi vedere la Tua gloria” (Es.33:18), “Hashem passò davanti a lui e proclamò: “Hashem, Hashem, D-o misericordioso, longanime, lento nell’indignarsi, pieno di bontà, verace nel mantenere le promesse…” (Es. 34:6).
Il Rambam vede nella preghiera di Moshé l’espressione del desiderio umano di conoscere D-o il più possibile (Moré Nevuchim 1:54). Spiegando i primi due attributi di misericordia, Rashì dice: “Hashem, Hashem”, questo è l’attributo di misericordia del Sign-re. Il primo allude alla misericordia di D-o prima del peccato e il secondo (Hashem) dopo che ha peccato e si è pentito. Dunque già nel momento del peccato Hashem invita l’uomo a tornare a Lui, lo attende, è pronto ad accoglierlo con misericordia…
Il Rav Elia Benamozegh spiega l’enorme importanza di questo Nome che “ci rivela l’unità di D-o nella sua essenza e, come conseguenza, il monoteismo poiché la sua concezione sublime di D-o come l’Essere assoluto, sopprime di fatto ogni possibilità di assimilazione alle altre divinità. Designando così la sorgente di ogni vita, di ogni forza, di ogni energia, il tetragramma è, più che una affermazione della unità divina, tutta una filosofia e Maimonide ha avuto ragione di dire che il Nome domandato a D-o da Mosè e comunicato a Israele, è la dimostrazione dell’Essere necessario” (Scritti scelti, p.107).

Espiazione per le generazioni
“Ha detto Rabbì Jochanan: se non fosse scritto nella Torà non si potrebbe dirlo. Insegna che il Santo e Benedetto Egli sia si è ammantato (per così dire) come un chazhan ed ha fatto vedere a Moshé l’ordine della Tefillà. Gli ha detto: “Ogni volta che i figli di Israel peccheranno, faranno dinnanzi a me secondo questo ordine, ed Io li perdonerò”. Ha detto Rabbì Jehudà: “E’ stato stabilito un patto con i tredici attributi (di misericordia), che non tornano indietro invano” (Talmud bavlì, Rosh Hashanà 17b) e Rashì, in loco, spiega: “Se ricorderanno questi attributi durante i lorto digiuni, essi non torneranno indietro invano”. Si comprende pertanto come questi attributi siano entrati a far parte integrale delle preghiere penitenziali di ogni giorno, dei giorni di digiuno e delle Selichot che diciamo nei quaranta giorni fra Rosh Chodesh Elul ed il digiuno di Kippur: sono appunto i quaranta giorni in cui Moshé Rabbenu pregò per il popolo che aveva sì peccato, ma che si era anche amaramente pentito: “Tu, o Sign-re, che ci insegnasti ad invocare I Tuoi tredici attributi, ricorda oggi a favor nostro l’alleanza di questi tredici attributi, secondo quanto hai annunciato nei tempi antichi all’umile Profeta…”.
In questi attributi vi è quindi una forza divina, quella che ha promesso che il popolo ebraico, come entità (a differenza dei singoli), non sarà annientato. Riferendosi però alla tragica sorte dei singoli ebrei, il Rav Avraham ben Jaakov Saba (Castiglia 1440-1508) nel suo Zror Hamor si domanda come mai vediamo che talvolta, per le nostre colpe, ci copriamo con il talled e diciamo i tredici attributi eppure non veniamo esauditi (si tenga presente: il Rav visse nel periodo della cacciata degli Ebrei dalla Spagna e dal Portogallo, subì supplizi atroci e due suoi figli furono rapiti e battezzati; la figlia di suo figli Izchak andò in sposa a Maran Rabbì Josef Caro, autore dello Shulchan Aruch). Il Rav Saba dà questa risposta: “E’ volere divino che quando Israel fanno secondo questo ordine, abbiano pietà dei miseri e poveri, siano compassionevoli, facciano opere di chesed (misericordia) gli uni con gli altri, sappiano perdonare le offese, allora questi tredici attributi non tornano invano. Ma se essi agiscono con crudeltà, se essi fanno il male allora vengono giudicati sulla base di questi Attributi”. Il Rav Saba interpreta quindi il passo talmudico come una richiesta per il penitente di agire come si deve, con grande compassione e misericordia, nei nostri rapporti con il prossimo.
Si narra di un chassid che, riuscito a sfuggire ai campi di morte nazisti, girava per un foresta e temendo una distruzione completa del popolo, chas veshalom, si rivolse al Sign-re, dicendogli: “Tu uscirai d’obbligo verso la promessa di non distruggere il popolo ebraico se lascerai in vita almeno una coppia di Ebrei, onde possano riprendere il cammino iniziato da Avraham e Sarah sua moglie…”

Alfredo Mordechai Rabello, giurista, Università Ebraica di Gerusalemme