Noterelle – Israele italiano

Oggi vorrei ricordare uno studioso che da tempo ci ha lasciato, Giorgio Romano. Fu corrispondente da Israele per La Stampa e altri giornali e riviste, soprattutto dedicò l’intera vita a rendere comprensibile ai lettori israeliani la letteratura italiana e a studiare la presenza ebraica nella letteratura italiana.

Mi è capitato di ripensare a lui in due situazioni diverse. In primo luogo leggendo le cronache del recente viaggio di Roberto Saviano in Israele, dopo la traduzione ebraica di Gomorra e le sofferte sue parole sulla difficoltà del vivere quotidiano, a Scampia come a Sderot. Poi mi è capitato di ripensare a Romano constatando quanto oggi sia diventato un diffuso oggetto di studio, nella ricerca accademica, il tema della presenza ebraica nella letteratura italiana fra Otto e Novecento. Sugli scrittori ebrei italiani hanno lavorato con profitto negli ultimi anni: Robert Gordon, Domenico Scarpa, Luca De Angelis, Simon Levis Sullam. E’ fresco di stampa il libro di Carlo Tenuta, Dal mio esilio non sarei mai tornato, io. Profili ebraici tra cultura e letteratura nell’Italia del Novecento (Roma, Aracne, 2009). Quando Romano pubblicava i suoi saggi, o la mirabile Bibliografia italo-ebraica, il tema non interessava nessuno. Iniziai a frequentarlo a metà degli anni Ottanta: era appena uscito il volume di Stuart Hughes, che non lo convinceva per nulla. Conservo molte sue lettere. Aveva un modo elegante e generoso di parlare ai giovani. Univa la schiettezza e la gentilezza del sabra preda della nostalgia di Europa. Di un’idea di Europa che già a quei tempi declinava. C’era in lui quell’umanesimo ebraico che oggi si fatica a ritrovare nell’Italia che pure si nutre di tanta letteratura israeliana. In modo empirico e senza il supporto di mezzi informatici, scheda dopo scheda, aveva messo su un archivio artigianale, imponente. Enrico Pea, che mi invitava a rileggere (La rosa di Sion). Disperdeva informazioni biografiche, preziosissime per un giovane alle prime armi. Scriveva su aerogrammi israeliani azzurri con sopra scritto Visit Israel-the mirade on the Mediterranean. Sapeva essere spietato con il mondo editoriale italiano, incapace di “comprendere” il genio di Giorgio Voghera e del suo Quaderno d’Israele. Debbo a lui la passione per uno dei massimi scrittori ebrei umoristi dell’Ottocento, Alberto Cantoni, l’amico e corrispondente di Pirandello. Israele italiano è il titolo di uno dei racconti di Cantoni più interessanti, che lessi grazie a lui. Di questo libresco Israele Giorgio Romano è stato per la cultura italiana una specie di inascoltato Mosè.

Alberto Cavaglion