digiuno…

Già ai tempi del ritorno dall’esilio babilonese si discuteva se fosse necessario continuare a digiunare per ricordare avvenimenti tristi della nostra storia (come facciamo oggi, 17 di Tamuz) di fronte a mutate condizioni storiche. In effetti il Talmud (Rosh haShanà 18b) dice che che “se c’è pace” questi digiuni saranno trasformati in giorni di gioia. E Rashi spiega che “pace” significa che Israele domina sugli altri e non il contrario. All’indomani della guerra dei Sei giorni non furono pochi quelli che sostennero la necessità, se non proprio di gioire, di sospendere il digiuno. Tra questi c’era anche il rav italiano Menachem Emanule Artom, che combatté una battaglia tanto ostinata quanto isolata. Fu lui stesso qualche anno dopo a dire che non esistevano più le condizioni per rallegrarsi davanti ai primi accordi di disimpegno firmati con i paesi vicini.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma